Le merendine di quando eravamo bambini

C’è una parola che non ho mai letto negli innumerevoli articoli su Palombella rossa, ed è tenerezza. Io la tenerezza l’ho trovata subito, dalla prima volta che ho visto il film nel 1995. E l’ho trovata proprio perché è un film duro: perché la vera tenerezza è dei duri. Quella dei teneri è melliflua, è prevedibile: la tenerezza dei duri è più commovente, arriva con precisione infallibile.

Michele Apicella qui è del tutto fragile, esposto. La perdita della memoria lo ha reso inerme, i ricordi gli arrivano a sorpresa e a brandelli, simili a fiocinate, e conducono lui e noi fra le trasferte della sua infanzia, con la paura dell’acqua alta, mescolate a lui che ad alta voce, nel presente, condivide riflessioni sulla bellezza della piscina, dell’acqua clorata, della fatica agonistica e dello stare con i compagni. Alcuni ricordi lo lasciano incredulo: non si capacita d’essere stato in grado, in gioventù, di mettere un cartello al collo di un fascista con scritto “Sputatemi addosso”. Tenerezza e violenza si saldano come nelle canzoni di Jacques Brel: quando esplode con la giornalista non è un uomo violento, è un uomo ferito da un linguaggio che riduce il vissuto a cliché, che cancella il suo tormento sommergendolo sotto luoghi comuni; quando cerca di condividere il suo smarrimento coi compagni della piscina, quando chiede all’allenatore di parlargli di sé, è un essere vulnerabile, smarrito, assediato da persone che rievocano momenti che lui non ricorda più, che gli chiedono soluzioni che non ha, che gli fanno concioni a cui non sa rispondere, recriminano per cose di cui ha perso contezza, che lo aggrediscono scambiando la sua fragilità per sussiego.

Per la prima volta Michele ha una figlia, un’adolescente ribelle e indipendente, ed è lui a cercare l’affetto della ragazza. Forse non ci sono mai stati tanti bambini, in Moretti, come in questo film: i bambini della piscina, il Michele bambino, la figlia… Ma bambino in fondo è anche l’allenatore ansioso interpretato da Silvio Orlando. Tutti sono tornati bambini, e hanno bisogno di maestri che però non servono a nulla: lo psicanalista, il professore di teologia, l’insegnante di yoga… Più che una metafora della fine del Partito Comunista, Moretti ha scritto una metafora della crisi dei tempi che si sarebbero profilati di lì a poco.

E poi c’è la partecipazione. Michele è la scheggia impazzita di un coro, ma resta saldamente parte di un coro, c’è sempre una collettività che si muove con lui: la squadra, i tifosi –anche quelli ostili- a un certo momento diventano un coro per davvero e l’intera piscina, con tutti gli spalti, si ferma e si mette a cantare. La scena più bella è una scena di partecipazione: i giocatori e il pubblico si alzano per andare a vedere il finale del Dottor Zivago, e fanno il tifo, invano, per il dottore che muore.

Non è difficile individuare il modello di Palombella rossa in Otto e mezzo di Fellini. Il risveglio dal dottore, i dialoghi nonsense, i ricordi d’infanzia, l’assedio di personaggi che cercano soluzioni da chi non ne ha per sé, la struttura narrativa fluida e decostruita. Moretti sceglie come modello il film in cui Fellini si confessa in pubblico per fare la sua confessione in pubblico, ed è una confessione sanguinante, piena di rimpianto e di nostalgia eppure piena di vita. “Ho trentacinque anni” grida Michele, e non trova il bandolo di questi trentacinque anni. Pur giovane, ha già nostalgia: “Le merendine di quando ero bambino non torneranno più, i pomeriggi di maggio non torneranno più”. Poco prima della fine, col capo appoggiato sulla spalla d’un compagno di squadra bambino, Michele si sveglia da uno dei suoi tanti sogni, prende il suo pezzo di pizza e si dichiara sconfitto: “La partita è andata come è andata, ma mi aspettavo di più dalla vita”. Cosa può dire di più devastante un uomo di trentacinque anni?

La vera scena finale è un capovolgimento grottesco di quella corrispondente in Otto e mezzo: Michele si sveglia dopo un secondo incidente stradale –il primo è all’inizio del film, quando perde la memoria- e, insieme alla figlia e a tutti i personaggi principali, tende le braccia a un finto sol dell’avvenire, che operai invisibili sollevano attraverso un’impalcatura che ricorda le torri metalliche del capolavoro felliniano. Nel gruppo c’è anche il Michele bambino, che non riesce a star serio e ride come un attore che non crede più nel personaggio. Siamo ancora dalle parti di Jacques Brel, la tenerezza e la violenza di Mon enfance.

La musica di Piovani è cupa e fiabesca, presenta combinazioni timbriche mahleriane, funebri, ed altre felliniane; si concede atmosfere acri ed oniriche, con marcette e carillon. Ed ha, anch’essa, un forte carattere infantile. Con semplicità di mezzi, il compositore è riuscito a cogliere quello che a molti critici è sfuggito: la tenerezza, appunto, e il fatto che sia una tenerezza acre, disperata, che mescola odori di vita e di morte. Cosa c’è di vero nel sogno finale? Forse, in quel fossato, Michele è morto insieme a sua figlia –in effetti nella cinematografia del regista non comparirà mai più- e stiamo assistendo solo a un’ultima illusione.

Moretti ha il curioso destino di essere un cronista puntualissimo dell’Italia che cambia, e questo agli occhi di molti ha oscurato i suoi meriti di poeta. Basta vedere, in Aprile, un telefono rosso, e subito ci ricordiamo che nel 1998 c’erano ancora telefoni rossi; in Bianca non solo il jukebox, ma la bonomia che circonda, malgrado tutto, il folle protagonista ci ricorda che nel 1984 c’era un clima sociale più quieto. Eppure dietro questa adesività cronachistica si scorge qualcos’altro: il tempo che passa, la “morte che si sconta vivendo”, la “schiuma dei giorni”. E il “primo” Moretti era forse un poeta ancor più grande dell’ultimo, che è più rigoroso e più “regista”: il Moretti degli anni Ottanta era meno perfetto, più a nervi scoperti, ma rivisto oggi si configge nella carne e brucia come una spina, perché ci ricorda più di chiunque altro ch’è esistito un tempo migliore e non l’abbiamo vissuto, che eravamo così presi dall’idea di cambiare il mondo che ci siamo dimenticati di goderlo quando era ancora godibile. E adesso che Michele non c’è più e che Moretti ha più di settant’anni, anche noi possiamo dire che quelle merendine e quei pomeriggi di maggio sono perduti per sempre, e dire addio a ciò ch’eravamo quando il mondo prometteva il mondo, prima che non mantenesse.

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