Non un conservatore

Riguardo alla questione del Pasolini conservatore -e relativo convegno- ho un mio punto di vista che è solo mio, ma che forse non è inutile condividere.

Per me, è un bene che chi ha avversato in vita un intellettuale fondamentale per la vita culturale del Paese decida di occuparsene. Al tempo stesso, non credo che Pasolini possa essere definito un conservatore. Le sue analisi partivano da categorie marxiste e, se finiva per trovarsi su posizioni opposte, era spesso -e paradossalmente- per un’osservanza troppo scrupolosa e letterale di quelle categorie. A Pasolini interessava “conservare” aspetti che non sono mai stati fondamentali per i conservatori tradizionali: culture popolari, stili di vita in via di sparizione… Era, la sua, un’idealizzazione forse romantica di ciò che le classi popolari -urbane e rurali- rappresentavano per la vita culturale del Paese, e non ha avuto ragione su tutto. Ci sono aspetti di lui che non possiamo più considerare accettabili: a cominciare, e va detto a gran voce, dal suo abituale praticare sesso a pagamento con minorenni sfruttati (e no, non è omofobo dire questo: è invece omofobo sostenere che tali comportamenti siano giustificabili in un omosessuale).

La sua analisi dei guasti della società dei consumi si è rivelata in gran parte vera alla luce di studi successivi condotti con metodi rigorosi che lui non conosceva, così come in gran parte vera si è rivelata la sua distinzione tra progresso e sviluppo. Lo sviluppo ha cancellato comunità umane, e relative culture, senza garantire sempre un adeguato progresso culturale, sociale, civile. Sostenere, come lui faceva, che l’istruzione di massa è stata un male è sbagliato: bisogna semmai trovare il modo di tradurre l’istruzione di massa in una autentica acquisizione di senso critico e di coscienza critica individuale e collettiva, cosa su cui la contemporaneità è stata a dir poco carente. Tuttavia, è corretto osservare che l’istruzione di massa ha avuto come esito quasi unico quello di trasformare in cinici colletti bianchi, in carne da concorso pubblico, persone che avrebbero potuto meglio esprimersi, per esempio, come artigiani, con le loro preziose culture e competenze, senza rinunciare ai benefici della scolarizzazione che è un dovere dello Stato democratico. La denuncia dell’abolizione della diversità culturale non deve diventare mito del buon selvaggio come a volte –di rado, in verità- accade nei suoi scritti. Si può senz’altro dire che alcune espressioni sociali e culturali -se non incompatibili con quelli che la nostra società considera ormai valori irrinunciabili- vadano conservate senza arrivare a rimpiangere i tempi in cui si doveva lottare per un piatto di pasta.

La sua difesa della “fraternità” omosessuale nelle carceri stride con la concreta realtà carceraria, fatta anche di stupri e abusi. La sua avversione all’aborto nasce in parte da un equivoco che non teneva conto della realtà di tante donne, di allora e non solo, ma ciò non vuol dire che la sua critica alla sessualizzazione della società contemporanea come qualcosa di “imposto” anziché di “emancipato” e “liberatorio”, sia da buttare; e che la società dei consumi modifichi i corpi in modo spesso orribile credo sia sotto gli occhi di chiunque.

Sicuramente la società consumistica, per come si è storicamente concretizzata, non è terreno fertile per il progresso culturale, perché è una società che esige intrattenimento -magari ideologico, magari “di lotta”- piuttosto che pensiero critico; ma l’intrattenimento, anche nella sua forma più nobile, è pensato per la fruizione immediata e non garantisce quella dialettica storica da cui nascono i rinnovamenti profondi. In effetti la società italiana, dagli anni di Pasolini, ha fatto “progressi” finché sono sopravvissute istanze nate in seno alle “vecchie” culture -l’emancipazione femminile ecc. hanno storie che datano almeno ai primi del Novecento- e ne ha fatti ben pochi dopo; anzi, “dopo” si è innescato un contromovimento storico dagli esiti decisamente retrogradi. Si tratta, insomma, di prendere ciò che di buono c’è in una posizione poetica e trasformarla in una posizione politica realistica, attuabile e sostenibile.

Non si può dire che Pasolini fosse conservatore anche perché i conservatori li ha sempre combattuti, venendone nel migliore dei casi censurato, osteggiato, diffamato e processato, nei peggiori anche fisicamente aggredito, come avvenne in alcune occasioni pubbliche.

Mi interrogherei, piuttosto, sul fatto che questa assimilazione di Pasolini da parte di autorità politiche che contribuiscono a trasformare in realtà alcune delle sue peggiori preoccupazioni suoni sospetta. Certo egli, come tutti gli intellettuali autentici, non era inquadrabile in logiche di appartenenza e di fazione; che non fosse fazioso però, o che addirittura tenesse per la fazione opposta, non si può sostenerlo.

Per parte mia, e qui concludo, non sono di quelli che hanno rinunciato alle categorie politiche del Novecento: io sento di appartenere a una sinistra che risponda alla definizione di Vittorio Foa: mettere al centro dell’azione politica il problema della sofferenza umana. Questo tipo di visione politica non si identifica con un sistema economico specifico o con uno specifico ordinamento sociale, ma col dovere di rendere operativa questa sensibilità all’interno dei sistemi sociali e culturali esistenti e concretamente possibili, facendo a meno delle intolleranze ideologiche -quelle di allora, ma anche quelle della nostra società social- senza però venir meno a principi che considero inderogabili.

Solo i miei due spicci, in tutta onestà.

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