1. La regina
Il secolo in cui sono nato ha smesso di gettare le sue luci. La regina Elisabetta è stata uno dei simboli del Novecento. Ora non c’è più. Ma il mondo a cui apparteneva era morto ben prima di lei. L’infortunio della morte di Diana ne fu una spia evidente. Diana era un idolo consumista e pop, la sua fortuna se l’era guadagnata con la messa in piazza dei suoi sentimenti, rendendo se stessa il personaggio di una soap-opera in un momento in cui trionfavano le soap-operas. La regina veniva da un mondo pre-consumista, non capì il clamore suscitato dalla morte di Diana e non seppe affrontarlo. Di qui il suo momentaneo calo di popolarità. Era una donna di cose, s’era arruolata adolescente nella seconda guerra mondiale per combattere contro i nazisti, aveva sfidato Margaret Thatcher sulle sanzioni al Sudafrica e contribuito a sconfiggere l’apartheid. Non poteva comprendere il mondo effimero che idolatrava i banali sentimenti di Diana.
Elisabetta è stata anche uno dei pochi carismi del nostro tempo. Già negli anni Ottanta Primo Levi notava che la nostra è un’epoca singolarmente priva di carisma. Forse il mondo, nel secondo dopoguerra, s’era stancato di certi “carismi” che l’avevano condotto vicino al disastro e all’estinzione e aveva preferito orientarsi su tipi più medi. Così facendo, però, un’epoca intera aveva abbassato il suo orizzonte d’aspettative, e oggi, con la cultura della “comunicazione” –che consiste essenzialmente nel dare alla gente ciò che la gente vuole- il pianeta è diventato un posto miserabile.
Ho nostalgia di cose mai vissute. Per esempio, ho nostalgia del mondo che il consumismo e la “controcultura” hanno portato via. Non era un mondo perfetto, ma conteneva in sé la spinta a migliorarsi perché veniva da un passato e muoveva verso un futuro: aveva, in altre parole, una storia. Solo nella cultura si può dare il vero progresso, perché la cultura ha una storia. Il trionfo di una “controcultura” consumista, schiacciata sul presente, lo ha reso impossibile. Oggi infatti cambiano quasi solo le apparenze: la risposta al razzismo non è più l’azione trasformatrice, ma il politically correct –ovvero il progressismo che rinuncia a cambiare la realtà e s’accontenta di cambiare le parole.
La regina era l’ultima sopravvissuta di un mondo “culturale” nel nostro mondo “controculturale”. Ora che è morta, possiamo celebrare con lei il funerale di un secolo.
2. Rivoluzione a ritmo di Bach
Vorrei chiarire un concetto: quando si parla di cultura popolare si parla di cose come i canti dei contadini, i racconti dei pescatori, le favole toscane, ecc. Sono prodotti perlopiù anonimi, tramandati oralmente per generazioni, di altissimo valore artistico e che esprimono la vita difficile delle classi sociali subordinate.
Quando si parla del pop, non si parla di cultura popolare, ma di cultura industriale di massa: per la precisione di prodotti dell’industria dell’intrattenimento, che sono destinati a tutti ma che non nascono da nessun “popolo”, portano la firma di uno o più autori ed esprimono il punto di vista, lo stile di vita ecc. delle classi metropolitane agiate. Anche se parlano di sottoproletari, chi scrive non è un sottoproletario o non lo è più. Adottano spesso moduli della cultura popolare, ma così come li adottavano Schubert e Brahms nelle loro composizioni colte. Il linguaggio pop, diversamente da quello popolare, è internazionale e globale, ha poche differenziazioni al suo interno -mentre quello popolare ne ha una vera infinità.
Anche se alcuni simpatici giovanotti, perlopiù di classe benestante, hanno identificato negli anni Sessanta questo tipo di intrattenimento come una “controcultura” in grado di sconfiggere i tratti retrivi e odiosi della cultura tradizionale -che c’erano- questi prodotti non sono “contro” nulla, se non talvolta contro il senso estetico. Certo, storicamente alcuni di essi hanno raggiunto un certo livello artistico o si sono identificati con la protesta contro regimi oppressivi -soprattutto nei Paesi dell’Est- o, in un certo periodo storico, contro il razzismo nordamericano; ma questo non fa della generalità di quei prodotti qualcosa di “controculturale” e non li rende automaticamente “popolari”. Soprattutto, quel tipo d’industria non intende promuovere il senso critico, ma piuttosto consolare, distrarre, far passare il tempo. Come diceva Vattimo, ai tempi di Marx non esisteva la televisione -ovvero l’intrattenimento- perché altrimenti nessuno si sarebbe ribellato, mentre ai nostri giorni è proprio l’intrattenimento a riempire l’aria di narcotici e di anestetici affinché tutti accettino l’attuale degrado come normale.
Qualcuno leverà per questo degli scusi e parlerà di snobismo culturale o addirittura di razzismo, chiamando in causa comunque il discorso delle culture popolari. Vorrei rassicurarli totalmente: io ascolto ed amo gli chansonnier francesi, i cantautori italiani, Leonard Cohen e sono un grande appassionato di jazz. Amo perfino le canzoni di Vladimir Vysotskij, malgrado la barriera linguistica -mi arrangio coi sottotitoli in inglese- e riconosco a tutti costoro un notevole valore artistico. Mi preme, invece, domandare a costoro come mai adoperino il concetto di “cultura popolare” in un senso così distante da quello antropologico e così vicino a quello che ne aveva Mussolini col Minculpop. Quello che davvero mi dà fastidio è che l’egemonia del pop, internazionale e globalizzato, ha spazzato via le culture popolari e ha quasi reso invisibili tutte le culture musicali di tradizione, enormemente differenti tra loro, riducendo la biodiversità e quindi la vitalità dei prodotti culturali.
L’altro problema è che questo tipo di cultura è legata a doppio filo a un’industria, come lo è il cinema. Sì, anche l’opera lirica nell’Ottocento era un’industria, ma per fortuna non così prescrittiva come quella di oggi. E questo problema non lo ho posto io, lo ha posto Frank Zappa in molte interviste. Il pop italiano del Novecento, spesso bellissimo, era però un prodotto d’importazione americana, aveva ben poco legame col canto e la melodia delle tradizioni popolari italiane e questo problema non me lo sono posto io, se lo è posto Luigi Tenco prima di spararsi. Oggi pressoché tutto il campo del pop coincide col campo dell’intrattenimento, che può essere nobile e portare avanti cause sociali e civili importanti -ma sempre dal punto di vista dell’élite: il punto di vista popolare, presente nelle culture popolari vere, non c’è. E i prodotti dell’industria dell’intrattenimento sono, per loro natura, pensati per i lqui ed ora. La cultura, che è critica, evolve e contesta se stessa; l’intrattenimento, che è per sua natura accomodante, no. Questo è il motivo per cui, da quando questo processo è iniziato, al netto di alcuni cambiamenti già comunque annunciati dalle generazioni precedenti, il progresso -sociale, civile, culturale- ha conosciuto una battuta d’arresto ed è iniziato, direi, il regresso. Sostituendo alla continua trasformazione della cultura l’eterno presente dell’intrattenimento, quei giovani ormai vecchissimi hanno finito involontariamente per produrre conservazione. Questo è il motivo per cui, per me, la prossima rivoluzione, se si farà, non si farà a ritmo di rock, ma di Bach.
(Nell’immagine: un dipinto di Nicolas De Staël)