Patrizia Baglione, “Madre che resta”

Se nella precedente raccolta dell’autrice, Nero crescente, amore e morte costituivano un nesso identitario, in Madre che resta tale nesso trova un oggetto in cui incarnarsi: il corpo del feto abortito, frutto d’un amore che è morto a sua volta. Sono numerose le occorrenze della parola morte tra i versi: “voglio smettere di morire / un po’ alla volta”, p. 23; “esiste un tempo in cui la morte / abbraccia attenta pure i vivi”, p. 28; “abbracciamo / la morte come il cane con l’osso”, p. 52. Ma sono numerosi anche i passi in cui la morte viene evocata o invocata: essa costituisce uno dei campi semantici più ricorrenti, sotteso, si direbbe, a tutti gli altri. A quello della morte si affianca, con ricorrenza meno ossessiva ma pari intensità, il campo semantico della colpa: “Non sarò mai perdonata, figlio mio”, p. 56. Come scrive Francesca Del Moro nella Postfazione, “Chi sceglie di abortire può sperimentare per molto tempo un vis suto di colpa sviluppando una sintomatologia da lutto complicato: si parla a tale proposito di SPA, sindrome post-abortiva, che rientra tra i disturbi post-traumatici da stress e si riferisce ai disagi che possono insorgere subito dopo l’interruzione di gravi danza oppure rimanere latenti per molto tempo per manifestarsi dopo anni”.

Scrivendo dell’esperienza dell’aborto, che si intuisce ancora in corso di elaborazione, Patrizia Baglione usa parole lapidarie, ma sempre misurate: la sua lingua è secca, diretta, dura, ma non non si abbandona mai ai torni del lamento e della trenodia: le sue parole sono asciutte come sassi e rimandano oltre la tragicità dell’esperienza vissuta: rimandano a un mondo di archetipi, di nessi ancestrali fatti di terra, morte, vita, sangue: sembra di muoversi nel mondo di Pavese, del Pavese più oscuro e ctonio, quello dei Dialoghi, quello del Mestiere di vivere. Anche la musica dei versi -versi liberi se si fa eccezione per i quinari della poesia a p. 71- ha qualcosa di fermo e solenne, che rimanda a un sottomondo immutabile. La letteratura ha scritto molto della morte, ed anche della nascita: non aveva affrontato, che io sappia, il dolore di una “madre che resta”, delle madri sopravvissute al proprio figlio, per di più morto per scelta. Patrizia lo ha fatto, e ha documentato uno stadio ancora incompiuto dell’elaborazione del lutto dandogli forma, trasformando un male ricevuto dalla vita nel bene compiuto un’opera: che è l’atto di carità umana per eccellenza, il più duraturo: gli altri durano il tempo di un gesto, al massimo di una vita. La forma, concretizzata in un’opera, è un atto di umanità che perdura.

(NB: Madre che resta è un libro autopubblicato dall’autrice e il ricavato è destinato all’acquisto di giocattoli per i bambini ospedalizzati.)

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