Per il centenario della scomparsa di Katherine Mansfield, nel 2023, Franca Cavagnoli ha curato una raccolta di tre racconti della scrittrice neozelandese: Preludio, Alla baia e La casa delle bambole. Le traduzioni sono dovute rispettivamente alla stessa Cavagnoli, a Marcella Maffi e a Giulia Balducci. Come spiega la curatrice in un’accurata Postfazione, si tratta di tre racconti che hanno per protagonisti la Nuova Zelanda di fine Ottocento e una famiglia borghese dell’isola, i Burnell –in cui la scrittrice ritrasse liberamente la propria famiglia d’origine.
“Oh, vorrei tanto far guizzare per un istante la nostra terra sconosciuta davanti agli occhi del Vecchio Mondo. Deve essere misteriosa, come se fluttuasse. Deve lasciare senza fiato”, scrisse Mansfield nel suo diario nel 1916, per poi completare il pensiero un anno dopo: “Ho una vera e propria passione per l’isola in cui sono nata. Di primo mattino avevo sempre la sensazione che durante la notte la piccola isola si fosse rituffata nell’azzurro cupo del mare per riemergerne soltanto ai primi bagliori del giorno, adorna di pagliuzze lucenti e goccioline scintillanti”. Eppure, nei suoi racconti, l’isola non la nominò mai. Anche i nomi delle città e dei luoghi figurano di rado. Nulla di locale è negli usi e costumi degli abitanti: la ricostruzione dell’atmosfera neozelandese è tutta affidata al vasto e preciso vocabolario che ricrea la vegetazione e la fauna dell’isola, alla sua suggestione sensuale: Cavagnoli ne ricorda qualcuno: “…ecco spuntare i fiori bianchi di una hoheria, la malvacea dalla corteccia simile a una trina, o una pohutukawa, la mirtacea dai fiori scarlatti che allieta il paesaggio per Natale, o ancora la kniphophia, con i suoi fiori alti, che culminano in un lungo pennacchio rosso che ricorda una attizzatoio incandescente. I campi sono punteggiati di arbusti di manuka, dalle foglie aromatiche e dai piccoli fiori bianchi o rosa, e di toi-toi, una pianta erbacea simile alla canna comune, e tra gli alberi risuona il caratteristico grido della morepork, la piccola civetta bruna nativa della Nuova Zelanda”. E poi c’è il vocabolo per me più affascinante: il bush, il termine che denota la prateria o la boscaglia australiane e che in Nuova Zelanda assume un significato ancora più specifico, delineando zone isolate, densamente coperte dalla vegetazione, con alberi autoctoni e foreste esotiche: un termine che ricorre anche nei diari della scrittrice, dov’è evidente l’attenzione che la scrittrice dedicava al paesaggio di tutte le regioni in cui trascorse la sua vita randagia.
Sono arrivato a Katherine Mansfield attraverso il diario, o meglio attraverso la selezione del diario curata da Sara De Simone e uscita sotto il nome de La vita della vita (Donzelli, 2023). Quando mi accosto a un autore, la prima cosa che voglio conoscere sono le sue idee. Leggo i diari, le lettere, se ci sono le interviste, perché voglio capire come pensa, come vede il mondo, come si rapporta al suo tempo e al suo prossimo. Mi interessano per prima cosa le idee. Le “storie” hanno minore presa su di me. Ma, per fortuna, avevano poca presa anche su Mansfield, i cui racconti hanno una “trama” solo in senso molto lato. Preludio sembra costituito di tanti incipit di un romanzo che il lettore è chiamato a ricostruire nella sua mente, facendosi poco a poco un quadro accettabile dei personaggi e delle relazioni che intrattengono; i due racconti successivi, di più facile lettura, hanno un intreccio fatto di atmosfere, di rapporti umani e soprattutto di solitudini, e l’indagine psicologica è tutta affidata al modo in cui i personaggi si relazionano a quelle atmosfere, agli altri personaggi, a quelle solitudini. È un filo talmente esile a tenere insieme l’intelaiatura del racconto, che solo un’arte matura e sicura riesce a gestirlo, e solo un lettore maturo può accoglierlo. Anche la lingua dell’autrice non si rivela immediatamente nella sua magistrale complessità: bisogna, più che rileggerle, copiarne le frasi per accorgersi della loro ricchezza lessicale, della varietà di articolazioni e di strutture.
Dopo i nomi degli animali e dei vegetali, una delle prime cose a saltarmi agli occhi in questi racconti è stata la rappresentazione, come in una candid camera, delle relazioni di classe e di genere nella società classista e maschilista del tardo diciannovesimo secolo. Mansfield si comporta come se avesse in mano una cinepresa -una cinepresa che a volte registra anche i pensieri dei personaggi – e la accendesse, rappresentando così le situazioni come se le situazioni stesse si autorappresentassero, senza la mediazione di una personalità autoriale. Naturalmente la personalità autoriale c’è, ed è anche forte, ma si esprime attraverso la scelta di ciò che viene rappresentato o no; si esprime nel montaggio, per usare un’ altra metafora cinematografica, e soprattutto nella sapienza delle ellissi. L’arte narrativa di Katherine Mansfield mi ha ricordato l’arte fotografica di Ghirri: è un esercizio di visione del reale prima che l’espressione di un atteggiamento verso il reale: è uno scrivere “in scomparsa”, come quello di Ghirri era un fotografare “in scomparsa”, che aveva per strumento la scelta di cosa far stare dentro e cosa fuori del quadro, la scelta della porzione di mondo ritratta e del suo rapporto con la porzione di mondo che rimane fuori, e che denuncia la propria esistenza attraverso sottili marche interne al quadro -oggetti mostrati a metà ecc.- o ancora più sottilmente in una sorta di aura o di eco, di tensione che preme dal di fuori.
Come in Dostoevskij, i personaggi non hanno quasi per niente biografia, si realizzano esclusivamente nel momento in cui vengono catturati dalla scrittura. Non godono né di una descrizione fisica né di una “caratterizzazione” in senso tradizionale. Godono, però, di una caratterizzazione linguistica: Mansfield “fa sentire” i diversi modi di parlare, anticipa quasi il modo di lavorare di Rossellini quando chiedeva agli attori di non recitare il copione come scritto, ma adattandolo al loro linguaggio. Ed anche non teme di utilizzare onomatopee, parole che si ripetono come note ribattute nella partitura della pagina, voci infantili come infantile è l’età di parte dei protagonisti. È un esercizio di ascesi della scrittura, da cui scaturisce una scrittura incredibilmente libera, forse così libero da abbagliare, da richiedere un certo tempo di messa a fuoco.
Perché Mansfield è così poco conosciuta in Italia?
(Katherine Mansfield, Preludio e altri racconti, postfazione e cura di Franca Cavagnoli, Mondadori, 2023)
Abbiamo passione in comune😊
Ne sono molto onorato. 🙂