Amanti della morte

Ieri si parlava fra amici di Pasolini e Pavese e del perché il primo non comprendesse il secondo. Pasolini ha commesso grandi ingiustizie critiche, ad esempio verso Fenoglio, Joseph Roth, Garcia Marquez; di Pavese diceva ch’era uno scrittore corretto, sempre dalla parte giusta della storia in quanto antifascista -la realtà storica era più sfumata, ma Pasolini sembra ignorare cose che erano già note al suo tempo, quindi forse non conosceva Pavese abbastanza bene- un esempio di moralità, ma uno scrittore privo di problemi sia ideologici che letterari (e qui viene da chiedersi: ma Pasolini aveva letto La casa in collina e i Racconti?).

Per provare a capire l’inconciliabilità tra i due, però, il confronto testuale aiuta fino a un certo punto: il Pavese de I mari del Sud e La terra è la morte ha una compattezza, una coerenza, un’unità d’intenti, una capacità di trovare l’estasi nel massimo della disillusione che è quasi leopardiana e alla quale Pasolini non accede. Pasolini abbonda in descrizioni, in dettagli, non ha la capacità di sintesi di Pavese. Però Pavese non può gareggiare con lui nella forza di certe immagini di Poesia in forma di rosa e La religione del mio tempo: Pavese non dice “la pioggia cotta dal sole”, non dà l’equivalente poetico della sequenza del raccordo anulare di Fellini in pagine rutilanti ma accese di una vera incandescenza d’incubo. Nel suo canto tetragono è incapace di lacerazioni come Supplica a mia madre  o Alla mia nazione, o di dichiarazioni solenni come Io sono una forza del Passato.

Ma forse il nodo centrale è nel comune eppure opposto amore verso la morte. Per Pavese la ricerca della morte è un destino ineluttabile, lui si convince poco a poco che uccidersi sia inevitabile quanto una morte naturale: chi conosce il suicidio sa che al suicida sembra di non avere scelta, che i fatti hanno scelto per lui, il suicida non ha un’opzione sul futuro e considera il proprio sterminio come unica alternativa possibile, esattamente come un malato terminale. Nella sua logica, che ai suoi occhi funziona, è così, e se nulla interviene a spezzare la sua catena di pensieri, se nulla falsifica qualcosa in quella logica, il suo discorso interiore lo porta implacabilmente verso l’atto fatale. Pasolini trova la morte dentro la vita, è un vitalista e la morte per i vitalisti è l’ombra del loro vitalismo. Non la cerca ma non la teme, non si uccide ma vi si espone, la trova ovunque. Il vero nodo dell’irreconciliabilità tra i due è più tra le pagine del Mestiere di vivere che nell’opera. Anche se Pasolini forse non conosceva Il mestiere di vivere, anche se forse gli avrebbe riservato lo stesso sprezzante giudizio che ne dava Fortini, tuttavia lo avvertiva e lo avvertiva troppo uguale e contrario a sé.

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