Sospesi tra la merce e il Sacro: Ilaria Palomba, “Homo homini virus”

Partiamo dalla fine: Homo homini virus, romanzo giovanile di Ilaria Palomba, ha uno dei finali più impressionanti della narrativa contemporanea: bello e terribile, esso getta retrospettivamente la sua luce su tutta l’opera, rivelandone la sacralità che fino a poco prima sembrava negata, giacché la trama e le atmosfere parevano orientate, piuttosto, alla dissacrazione. Esplicito è il richiamo a uno dei film più iconici di Pasolini, colui che ha mostrato come dissacrazione e Sacro possano condividere ampi tratti di strada; ma, per come arriva, del tutto a sorpresa dopo quello che sembrava un lungo cincischiare, un ristagno narrativo, questo finale può rievocare anche le ultime pagine del Processo di Kafka, scrittore amato dall’autrice e citato nel successivo Brama. Da Kafka sembra attingere la geometria del Rito, la sua inspiegabilità. Ma, a differenza del capolavoro kafkiano, Homo homini virus non si conclude con una catastrofe, il sipario non cala con violenza bensì lentamente, con una dissolvenza in cui il destino si richiude sul narratore della storia, sulla sua doppia tragedia di protagonista e di testimone. Angelo, questo è il suo nome, è un giornalista, e quindi porta in sé la vocazione del testimone; ma porta anche una rabbia, un’inconciliabilità esistenziale e sociale col mondo circostante, per cui il ruolo del testimone gli sta stretto. Iris, la sua controparte, non è apparentemente testimone di nulla; ma ha la vocazione al martirio, e martire, etimologicamente, significa proprio testimone.

Il loro rapporto nasce per caso, con un incontro professionale, ma si trasforma poco a poco in una storia d’amore che è anche romanzo di formazione. Tutti i grandi amori finiscono male, è stato detto, e quella tra Angelo ed Iris è una grandissima storia d’amore, che finisce in tragedia e in sublimazione; eppure anch’essa nasce in atmosfere che sembrano mettere in scena la distruzione dell’amore, la sua impossibilità e fragilità. Entrambi i protagonisti portano addosso il marchio di dolorose vicende famigliari, entrambi hanno una sete d’altro che la società intorno, tutta tesa a un successo immediato perseguito possibilmente con mezzi sleali, non solo nega ma punisce. Eppure non sono due eroi: lei si atteggia, recita, cede al cinismo e al mercato, lui cerca di essere il macho dominante e insensibile che non è, precipita in un abisso psichico che lo porta perfino ad atti di violenza. Apparentemente sono due arrivisti come tutti gli altri, e forse lo sono davvero, inizialmente. Il loro incontro cresce e li muta: è con estrema gradualità, quasi fuori tempo massimo, che i due scoprono e lasciano scoprire la loro vera natura.

Per la sua origine sociale umile, per il suo carattere aggressivo, Angelo sembra l’incarnazione di quel “barbaro venuto dal basso” in cui Ortega y Gasset identificava l’uomo-massa destinato a emergere sul proscenio della storia. Per la sua storia professionale, Iris sembra destinata a farsi inghiottire dalla società dello spettacolo come tante altre. Lentamente, ma con forza, le vere istanze dei due si chiariscono anche a loro stessi: sono due esseri in trappola, che tentano di evadere dal consumismo ma ci stanno dentro. Il loro sforzo è grottesco e spasmodico. Non riescono ad uscire dal consumismo perché usano gli strumenti che esso offre. Nessuno, nell’orizzonte di Homo homini virus, è capace di libertà: più si cerca di negare la contemporaneità e più ci si affoga: la trappola, ai nostri due eroi, si chiude addosso. Hanno letto Nietzsche molto bene, ma in pratica lo hanno tradotto in un superomismo pop  gonfiato lisergicamente, di cui si sentono sempre più insoddisfatti.

Intorno a loro si agitano personaggi –secondari, ma neanche troppo- credibili perché deboli, fallibili e umani pur nel loro aberrante desiderio di celebrità. Luisa, che all’inizio è la fidanzata di Angelo, è gelida e opportunista, ma anche tormentata perché vuole bene ad Angelo ma si sente ferita da certi suoi atteggiamenti; fino all’ultimo mostra segni di un rimorso che tuttavia non cambia la sua parabola umana, consegnandola al servilismo e al degrado. L’arcinemico di Angelo, Renato Paolini, è perfido e diabolico, ma alla fine si rivela solo un povero stronzo. Tutti si dibattono sul palcoscenico del romanzo come nelle immagini di un film: li vediamo, assolutamente reali, in una perfetta “sceneggiatura”.

Nella sua qualità di opera giovanile, Homo homini virus non è un libro esente da difetti: il linguaggio non è quello della Palomba d’oggi, ben altrimenti poetico e meditato: si compiace di certi insistiti manierismi, qua e là risulta perfino un po’ convenzionale, americano. Però l’autrice gestisce la tensione con maestria, la rallenta, la trattiene, la libera, le detta il tempo con abilità di musicista, dirigendo l’orchestra delle sue frasi. Le scene che realizza sono forti e icastiche, non ricorre quasi mai a soluzioni ad effetto. Certi cambi di registro un po’ improvvisi, certi inserti filosofici o ideologici che sembrano fuori contesto trovano generalmente una spiegazione nel proseguire della narrazione, fino a dissolversi insieme ad Angelo nella dissolvenza finale. L’ironia attenua i momenti in cui il racconto sembra scivolare verso soluzioni più vistose.

In due brevi passi, l’autrice descrive la folla attorno ai protagonisti, la società di massa, con un realismo che scivola nel visionario. Chi vive a Roma ha ben presente l’atmosfera alienante di certe strade affollate e dei mezzi pubblici, quelle banchine di metropolitana dove una folla criminale sembra un’adunata di neonazisti pronta ad alzare il braccio non appena trova un Führer che la comandi. Palomba scrive così:

Un arabo prova a vendermi dei portachiavi della Roma, scanso il suo sguardo, entro nel 714, l’autobus si riempie, una vecchia dalle labbra simili a due piccoli pezzi di legno verniciato di bordeaux mi fa alzare e prende il mio posto. Sono schiacciato in una folla multietnica che se volessi riassumere in poche parole mutuate da Iris definirei: ammasso di carne umana putrida. Sto attento al mio zaino, sono sempre attento al mio zaino per tutto il tragitto. Mi schiaccio contro il vetro che separa il conducente dall’ammasso di carne putrida in cui sono immerso. Continuano a salire esseri umani. La mia condizione diventa sempre più assimilabile a quella di un insaccato. Ogni poro della pelle gronda sudore. Se sposto il viso dalla condizione di fusione nel vetro del conducente mi ritrovo con la visuale in primo piano di una manica di camicia, ad altezza ascella, impregnata di sudore, che emana radiazioni beta. Se volto il capo a sinistra c’è una bocca boccheggiante che mi alita dell’ottima fogna dritta dritta nelle narici. […] Le persone che transitano sono orribili, orribili mostri famelici, infinite fotocopie in serie della mia famiglia. I clochard che mi chiedono spiccioli ora li schivo senza soffermarmi sui loro stracci. Una signora elegante sembra stia fissando con sdegno ogni goccia del mio sudore. Sento la pesantezza nel fiato, l’aria rarefatta. Gli occhi di mio padre guardano e giudicano, senza misericordia. Non posso sottrarmi.

La parabola letteraria di Ilaria Palomba la ha condotta dall’attuale all’inattuale, dall’essere nel tempo all’essere sempre più fuori dal tempo, in una smaterializzazione  progressiva, in una difficile, faticosa conquista di una dimensione più incorporea, più trascendente. Homo homini virus non ne è cronologicamente l’incipit, ma è l’opera che la contiene in nuce, che ne racchiude le basi e ne anticipa di qualche anno gli sviluppi.

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3 pensieri riguardo “Sospesi tra la merce e il Sacro: Ilaria Palomba, “Homo homini virus””

  1. Sai? Non vorrei essere troppo critica, o magari addirittura blasfema, (non conosco quest’autrice, se non per il brano che hai postato) ma… posso? la tua recensione mi pare di gran lunga superiore al testo recensito!
    Bravo. hai sempre tutta la mia ammirazione!

    1. Ti ringrazio, però credimi il libro è davvero bello e due paragrafi stralciati dal mucchio non possono rendere l’idea. Non ha lo stile maturo dell’autrice -“Vuoto”, l’ultimo romanzo, è asfissiante e sublime, scritto in una lingua limpidissima. Io ho avuto la fortuna di leggere anche alcuni lavori ancora inediti, e ti posso assicurare che un domani molto vicino farà parlare di sé.

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