Hai ragione, deridi
questa mia nuda vita
incapace a fermarsi
che s’interrompe prima
di aver bevuto il sole.
Tutto ciò che avevo da dirti,
solitudine amata,
è questo cuore vivo
che a volte, sordo, muore.
Città metafisiche è, nella produzione poetica di Ilaria Palomba, l’episodio più vicino alle sonorità scabre, al realismo allucinato di certo Novecento italiano. Non stupisce la prefazione entusiasta stesa da Gabriele Galloni, poeta che, tra i giovani, è stato forse il più legato alla tradizione, soprattutto nei suoi capitoli “minori”. Scrive Galloni, con lucida preveggenza, che “dopo Città metafisiche la poesia di Palomba non potrà che essere altra, tanto è dirompente quest’opera”: e difatti i successivi Microcosmi aprono tutt’altra pagina dell’universo espressivo dell’autrice. Ancora, cogliendo con esattezza la natura della breve silloge, Galloni scrive: “Il dolore e il sacrificio, punti cardine della poetica dell’autrice, sono qui trattati lucidamente e senza cadere nel dolorismo facile di certa poesia confessionale”. Viene subito in mente la precisione di certe immagini: “io mordo il cielo e mastico / invisibile, voi mi legate / per non farmi volare”; “una luce oscena / devia il gioco del mondo / in una sfilata di addii”; “Nelle lingue del sole / ogni luce scompare”, oppure, quasi per effetto di una “fuga” celaniana: “bruciavi nell’assenza del sole”. O la forza di certe sentenze irrevocabili: “la lotta / per la vita ha il volto della morte”; “Torneranno vivi anche / i luoghi se saremo capaci di spogliarli / del dolore di questi cento giorni”; per non parlare di un proclama misterioso e veemente come “guardando / il sole ci dichiarammo immortali”. Vi sono poi luoghi indefinibili, che si collocano a metà strada tra visione e riflessione, tra intuizione del mondo e intuizione interiore, e che sono forse i più caratteristici di questa poesia, quelli che più contribuiscono alla sua atmosfera sospesa tra allucinato realismo e rivelazione sapienziale: “Senza di te il mare non infuria / ma dimentica di essersi infranto”; “Tra le braccia stoffa di vecchie maglie, / le scompongo e strappo ciò che resta. / Mi piacerebbe parlare con chi ha perso, / raccontargli la sorte dei santi. / Guardo il campanile di un monastero / e ricompongo gli stracci dei mendicanti”; “Nonostante / la ferita, ho ancora / un dono chiuso a chiave. / Le città vuote, surreali, / non sono che rimandi / e il tempo tornerà fecondo / dopo il veleno, un’altra / volta il sole sui campanili”.
Queste “città metafisiche”, se vogliamo figurarcele, somigliano più al crudele chiarore di de Staël che all’asciutto lirismo di Carrà o all’ombroso capriccio di de Chirico. L’orizzonte anche di notte è arroventato, la luce disegna il suo buio e il buio scava la sua luce. Le poesie sono tipicamente brevi, sono folgorazioni, ma folgorazioni che arrivano al termine di un faticoso apprendistato, di un esercizio di sincerità estrema che, se lascia tracce durevoli sul piano della forma, lascia anche cicatrici e ustioni sul piano esistenziale: vale a dire che il raggiungimento di una parola folgorante in poesia non lascia indenne chi la scrive, ed è una pratica troppo dolorosa, tropo lesiva di sé per essere portata avanti fino in fondo: di qui l’urgenza di cambiare strada, la ricerca, da parte dell’autrice, di un equilibrio della scrittura pur nello squilibrio del mondo, la scelta di abbracciare una letteratura fatta di pensieri, la cui poeticità risiede nel ritmo con cui tali pensieri s’alternano sulla scena della pagina. Galloni nella sua prefazione fa il nome di Alejandra Pizarnik. Un accostamento, ancora, molto lucido. Impossibile però fare quel nome senza pensare al destino della poetessa argentina. Ilaria Palomba è qualcos’altro, è una Alejandra Pizarnik che ce l’ha fatta; che, pur nella fatica del mondo, ha conservato lo stupore del mondo –è in altre parole una creatura salvata dalla sua indole di fondo romantica, ma troppo lucida per non aver capito che oggi è più facile trovare lo stupore fra gli scarti del mondo, che c’è più vitalità negli espulsi dalla vita.
Io non so dirti che finestra serrare
se non il suono delle campane
la notte dei Santi mentre dormiamo
per non dormire, svegli, per non morire.