Perché è così famoso?

Non avevo mai visto questo film mitologico, e vederlo mi ha fatto un effetto simile a quello di un altro film mitologico, L’attimo fuggente, così esplicito e pronto a spingere il pedale emotivo da annoiare chiunque in un film cerchi un minimo d’arte, e cioè di polisemia. Che poi, ne L’attimo fuggente, è davvero così positivo il personaggio del professore? Un docente ha il diritto d’interferire così tanto con le vite dei discenti? Non ricorda, forse, quei professori del Sessantotto che affascinavano gli studenti con la lotta di classe e poi quelli diventavano brigatisti e passavano metà vita in galera? Un professore deve dare nozioni e strumenti critici, non indottrinare: la sua visione del mondo, ed eventualmente di come cambiarlo, l’alunno se la fa da sé.

Ma, tornando al “nostro” film, qui abbiamo un ragazzino ricco, viziatissimo, senza un padre e con una madre bigotta e petulante. La sua principale -e forse unica- occupazione è fingere di suicidarsi in modi sempre più truculenti per torturare la madre. E c’è una vecchietta sola, che si diverte facendosi beffe dell’autorità costituita, rubando auto e moto e infrangendo bonariamente qualsiasi norma di buon senso e quieto vivere. Tra i due sboccia addirittura l’amore, ma lei sta per compiere ottant’anni e ha deciso che quella è una buona età per morire. Il ragazzino assapora con lei il brivido della trasgressione; poi, rimasto solo, si avventura su di una collina con la chitarra in mano. Sono due solitudini estreme che s’incontrano, all’insegna di un anticonformismo liberatorio. Ma è veramente liberatorio? La filosofia del film è molto americana: la libertà è una libertà on the road di creature sganciate da ogni vincolo sociale. È una filosofia -ridotta in pillole- non dissimile da quella che portò i Padri americani a scrivere, in Carta costituzionale, che l’essere umano ha fra i suoi diritti “la libertà e la ricerca della Felicità”, con tanto di maiuscola, senza specificare che la libertà del singolo -e quindi anche la sua felicità- si ferma dove inizia quella dell’altro. Ma esiste poi una libertà senza responsabilità? Non è, piuttosto, libero chi compie delle scelte, nella consapevolezza dei suoi obblighi verso il prossimo?

Girato nel 1971, Harold & Maude sembra riflettere l’etica della parte più deleteria del Sessantotto, quella dei ricchi rivoluzionari che dieci anni dopo diventarono yuppie o finirono drogati o in qualche setta. La sceneggiatura presenta buchi notevoli e gag prevedibili. Come può una donna di settantanove anni saltare nel mare gelido per fingersi morta e sbucarne fuori come se nulla fosse? Com’è possibile che in casa del ragazzino avvenga un suicidio vero –involontario e da lui stupidamente provocato- senza nessuna conseguenza? Non si vede un medico, un poliziotto, nessuno fa domande, nessuno dà conto di nulla: se mi morisse una persona in casa, me lo aspetterei. Lo si spiega, solo, con l’idea di libertà antisociale di cui è imbevuta la trama: libertà è fare quello che ci pare, senza conseguenze. Non si prova empatia per il ragazzino morboso e annoiato, se ne prova semmai per la madre che, coi suoi difetti, cerca almeno di ricondurlo a una forma, seppur bigotta, di maturità e responsabilità sociale. Gli autori sortiscono involontariamente l’effetto contrario.

La pellicola si srotola in un’atmosfera di favola gotica, elegante e intessuta di simboli di morte, mentre quelli che dovrebbero essere i simboli della vita sono serviti in maniera così pedestre che paiono ancora più morti. C’è un momento, però, in cui l’intero universo del film si capovolge: ed è quello in cui Maude scopre il braccio e s’intravvede il numero tatuato degli ebrei internati nei campi. Uno switch linguistico terrificante, che gli autori inseriscono en passant, come una furbata strappalacrime per accattivare le simpatie del pubblico, e che invece è stracarico di conseguenze. Perché lì tutto crolla, dalla favola si precipita nella realtà; e, nella realtà, la “libera” Maude è un’ottantenne sola, di cui non si conoscono marito, figli, amici, che ha come unico piacere quello di creare scompiglio con azioni fini a se stesse, che non cambiano il mondo attorno a sé: un essere avulso dal consorzio umano e in fuga dall’orrore, che cerca di liberarsi con azioni assurde. Nulla di ciò che fa è socialmente o politicamente significativo, non combatte per cambiar nulla, sono solo sfoghi individuali: anche qui, la morale del film risente del suo tempo e oggi la vediamo nitidamente come la morale di quella parte di Sessantotto che, credendo di fare “lotta” e per di più marxista, si è data invece all’individualismo spinto, al new age, a un edonismo di fatto consumista. Il disordine per il disordine, senza un progetto politico, non è libertà, è irrazionalismo, è una volontà di potenza a casaccio, utile solo a se stessi e forse nemmeno a se stessi. Ricordate? “La libertà non è star sopra un albero / non è neanche un gesto o un’invenzione / la libertà non è uno spazio libero / libertà è partecipazione”, cantava il caro Gaber. Qui dov’è la partecipazione? Abbiamo solo un individualismo sfrenato, egoista, americano. Alla fine, l’unica scelta che viene compiuta è la morte e il ragazzino rimane solo –con la chitarra in mano, ma solo. È libero? Se lo è, è grazie ai partigiani e a chi ha combattuto per liberare anche Maude dal campo di concentramento, grazie a chi ha fatto qualcosa di concreto per la libertà concreta. L’unico momento in cui il film allude a una lotta politica reale è quando Maude si presenta in assetto da suffragetta per impressionare lo zio militare: un momento che, mettendo in burletta una lotta politica vera, costata sacrifici, la irride. Ma la morale hippie è così: la libertà, oltre che senza responsabilità, è anche senza serietà, è il “faccio cose vedo gente” di morettina memoria, in un eterno presente adolescenziale e consumistico, all’insegna dell’edonismo anche se macabro. Non suscita empatia il ragazzino annoiato e nemmeno ne ha: in una delle sue simulazioni suicidiarie compie un finto harakiri, una ragazza fa per imitarlo, prende il coltello sbagliato e muore davvero; lui mica la dissuade, assiste alla sua morte con sovrana indifferenza e alla scena successiva lo ritroviamo bel bello e imperturbato.

Benché poetico e con soluzioni visive affascinanti -informate però da un clima morboso che, nel momento in cui affascina, urta- il film di Hal Ashby resta velleitario e, soprattutto, linguisticamente irrisolto. Lo spettatore nostalgico può ritrovarci il clima di un’epoca; quello non nostalgico si domanda come sia possibile che a portare la morale hippie sia una donna di ottant’anni -che, date alla mano, dovrebbe esser nata nel 1891- e può al massimo divertirsi con alcune gag facili, ma non si capacita delle enormi ellissi narrative, delle incongruenze di sceneggiatura, di un simbolismo incoerente. Perché è così famoso questo film?

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