Senza grazia

In un Quirinale infestato da fastidiosissime, ronzanti musiche rap, abita un Presidente che è la parodia -a mio avviso malevola- di Sergio Mattarella: un Presidente amato perché immoto, che ha scavallato sei crisi di governo con la tattica dell’immobilismo, chiedendo sempre “un ulteriore tempo di riflessione”. È dimesso, paludato, lento, sempre nei binari, sempre prudente, impeccabile, pomposo, non sembra neanche vivo. La cosa più grave che possa dire di un atto pubblico o privato è definirlo “irrituale”. È autoritario, gli piace far pesare il ruolo anche nei rapporti personali; il potere sembra infastidirlo ma in realtà lo ama, però il suo esercizio del potere consiste nella più assoluta indecisione. Il cerimoniale è tutto per lui: un poveraccio di presidente portoghese, più anziano, cade malamente sotto una pioggia sferzante e nessuno si muove ad aiutarlo: a costo che si spacchi una rotula non rischiano d’essere “irrituali”. Tutti restano immobili, e lui più di tutti. L’interpretazione di Servillo, più pomposo, gigione, monocorde che mai, non aiuta a renderlo simpatico. In effetti è odioso: vorrebbe essere l’incarnazione del dilemma della Giustizia, o la raffigurazione di un uomo schiacciato dal peso della vita e delle responsabilità, ma è solo un uomo schiacciato dal peso di se stesso.

Come Mattarella, è vedovo e ha una figlia con sé al Quirinale. Apparentemente, ha un lato umano: è ancora innamorato della moglie, la ha amata tutta la vita. Ma poi scopriamo che è ossessionato da un tradimento di quarant’anni prima; che, da giudice, vuol sapere il nome, i fatti, la verità, che quel pensiero lo paralizza anche adesso ch’è morta, che ha persino pensato di ucciderla -ma non lo ha fatto, sottolinea come se fosse un merito. Niente amore, ma il solito possesso, dunque, ahimè.

Sul suo tavolo sono tre provvedimenti: due grazie presidenziali e una legge sull’eutanasia. Tutti si aspettano che si comporti secondo il suo carattere: chiedendo un ulteriore tempo di riflessione.

Il film procede lento, cadenzato, plumbeo come il suo protagonista: le fratture stilistiche sono pazzesche, e non mi riferisco ai ridicoli momenti canori -Moretti li sa fare molto meglio, con la dovuta leggerezza e ironia- ma, ad esempio, alla macchina a mano nella scena dell’incontro tra la figlia e la detenuta, una macchina a mano sottolineatissima, da mal di mare: ora, non voglio fare l’André Bazin dei poveri, ma lo spettatore non è scemo, capisce che è una macchina a mano anche se tu non la vortichi come un pazzo, anche se non gli dici “Ehi, vedi che è una macchina a mano?”

Il suo amico Papa suggerisce che la grazia che lo concerne non è solo la grazia presidenziale, ma proprio la Grazia del Signore. Ora, uno che ha appena ammesso d’aver avuto per decenni la tentazione di ammazzare la moglie per un singolo tradimento di tanti anni fa, che vuole ancora sapere con chi, che dopo otto anni di vedovanza ancora tormenta gli amici chiedendo “Il nome! Il nome!” manco fosse Otello redivivo, è, come direbbero gli inglesi, un unlikely candidate, un candidato improbabile allo status di uomo tòcco dalla Grazia. Ma Sorrentino non se ne cale, ed anzi da quel momento in poi procede a vele spiegate verso un lieto fine prevedibilmente imprevedibile, raggiunto senza preparazione psicologica -del personaggio ma pure dello spettatore- in cui il Presidente prende finalmente tutte le decisioni giuste e le prende non da giurista ma da uomo, le prende de panza e de core, con argomenti che, usati in un dibattimento, creerebbero precedenti pericolosissimi, introducendo l’emotività, la soggettività, l’arbitrio in una giustizia che, per essere giusta, deve per forza di cose essere fredda. Una decisione giuridica può beninteso essere ispirata a principi di umanità, ed anzi lo auspichiamo; ma non può essere irrazionale.

Le scene finali -e le finali didascalie, perché il film non ci risparmia nulla di didascalico, nemmeno le didascalie- dovrebbero rappresentare un inno alla vita, ma sono di una comicità così grossolana che sembrano una autoparodia: quelle battute sono degne di Castellano e Pipolo, non di Sorrentino. Il quale, sui titoli di coda, ci somministra anche la trovata autoreferenziale del rapper che fa il suo nome -dice proprio Sorrentino, e parla, anzi rappa, delle riprese- citando Orson Welles e Pasolini in una nuova involontaria parodia.

In realtà, la trasformazione finale è così irreale che non ci crediamo: ciò che resta è l’inerzia di questo Presidente soprannominato “cemento armato”. Usciti dal cinema, io e l’amica che mi accompagna siamo così tramortiti dal suo immobilismo che, sotto la pioggia, per pigrizia, non apriamo l’ombrello. Nessuno dei due.

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