Il canto delle bambine rotte: Silvia Rosa

Il padre tiene in braccio la bambina
in una foto anni Settanta dalle atmosfere
inospitali, i toni pastosi che avvampano
tra le forme geometriche degli arredi
e le scarpe chiodate. Interno giorno
popolato di volti intorno a una torta
con tre lumini accesi, preludio all’assaggio
del buio e alla grandine di applausi. Una capriola
della sorte, il supremo sbaglio, lo squarcio
che lacera la velina dell’infanzia, il prima
e il dopo della storia: un padre che scompare
in un soffio, l’armata delle candeline a venire
un’attesa sterminata, le bandierine della resa
e le candeline dei perché quanto baccano
nella testa, ma il regalo ero io, abbandonato
in un angolo, con un nastro nero al polso
e il vestitino della festa, macchiato.

Da questa foto prende il via la vicenda cantata da Silvia Rosa in L’ombra dell’infanzia (peQuod, 2025) una vicenda di abusi famigliari, con un padre assente e un patrigno che diventa Orco. Una fiaba al contrario, dove i molti “c’era una volta”, che nella fiaba hanno –come scrive Franca Alaimo nella Postfazione- “la funzione di allontanare i fatti narrati in un tempo tanto più vago quanto più lontano”, determinano invece “un capovolgimento semantico, affermando che quel fatto si ripete ancora, e quei personaggi vivono nel presente”.

Dedicato “Alle sopravvissute”, il lavoro di Silvia Rosa non ha nulla di doloristico e non è un mero resoconto esperienziale: il nucleo autobiografico è filtrato attraverso un’accanita ricerca bibliografica riportata nella nota finale: “un lavoro di ricerca”, scrive ancora Franca Alaimo, “che da tempo spinge l’autrice a indagare in ogni possibile direzione testimoniale (romanzi, film, documentari, interviste, saggi)” e da una scrittura che non risparmia nulla ma si affida alla forza delle immagini e dell’immaginario, a quella della metafora, a un’immaginazione furente e incandescente ma radicata nella crudezza del reale. Significativa è la chiusa della raccolta: “bambina oscura, con un perenne broncio, / ti riscrivo io nell’oggi in cui ti ho persa: / senza fine non esiste, e questa è una promessa”. La scrittura diventa quindi non tanto, non solo ancora di salvezza -come il diario segreto che l’autrice consiglia di tenere ai “bambini rotti” nel Decalogo di sopravvivenza per bambine sotto scacco- ma possibilità di trasformare l’Io in Noi, di ricreare la realtà sgretolata e ridare forza di verità a ciò che l’ipocrisia sociale nasconde.

Prima di tutto, la famiglia tradizionale perde qualsiasi carattere rassicurante, la retorica della famiglia è impossibile: ogni legame è reciso e ogni patto di fiducia è saltato. Il padre fugge via, il patrigno è l’Orco. “A Natale i padri fioccano come regali inaspettati. / […] padri che a ogni rinascita seminano / il destino di piccole morti, non ti portano doni, / solo l’ennesima desolata certezza che sfatto / il nodo di seta sarai scartata fino all’osso”; “Come succede che l’ombra dell’Orco / si addensi grigioblu e diventi sovrana / sulla nuca della bambina, che di lì a poco / farà la fine della cicala sull’altare dell’inverno?” La madre non ha nessuna accoglienza materna: “Le madri sono oggetti contundenti / la mano armata del dio / che vuole in pugno ogni bambino / e vuole romperlo in due – una metà / da stringere forte, l’altra da lasciare /all’abbandono –, sono le madri / un opaco paradiso, una promessa / non mantenuta, sono la voce petulante / e cruda che risuona nell’ora della morte, / il volto ambiguo che indossa a volte / il dio dei bambini rotti”; “Dov’erano le madri matrigne / con i loro volti immacolati d’avorio / inconsapevoli? – Diranno poi non mi ero / accorta di niente, ma noi lo sappiamo / che mentono, anche al proprio specchio”; “Sei come tutte le madri che conosco, / circa sorda e muta, un cono d’ombra, / la stella caduta in fondo al fosso, un buco / nero che si spalanca, una nostalgia / lunare che avvampa, dalle viscere”.

Ogni passaggio di un’infanzia normale viene smontato: “i giochi / sono trappole a orologeria”. La comunanza con gli altri bambini, altro passaggio fondamentale, è impossibile, la socializzazione è invalidata alla radice: ”Dov’erano gli altri bambini, che scorrazzavano / lieti nelle loro infanzie confortevoli al pan / di zenzero e al bacino della buonanotte? Non / c’erano, non c’era nessuno nei giorni del massacro, quando estirpavano l’erba matta / dalle nostre lingue avvelenate”. Ogni patto di fiducia è infranto: “Credevo fosse vero che parlando con qualcuno / il cosmo si sarebbe capovolto e io sarei rimasta / morta al fondo, schiacciata da quel peso. Credevo / a quel che mi diceva l’Orco, che non mi avrebbero / creduta, che nessuno mi avrebbe più voluto bene, / che sarei seccata in un baleno dentro un vortice / d’incuria”; “Sorelle, di chi possiamo fidarci ora? / Ma di nessuno […]”. La conclusione è che “crescere è diventato un gioco a morte, / un domestico orizzonte di cemento”, “un festoso globo di vetro disossato, un sole / precipitato nell’indifferenza di tutti”. Che i bambini rotti sono “case diroccate sul nascere” perché “ciò che hanno / fatto di noi è il residuo di una guerra / da cui tutti sono usciti illesi, tranne noi”. Che l’infanzia è “il preludio sgranato del tramonto”.

Alternando metafore furibonde alla brutale narrazione dei fatti, la poeta ci dà l’immagine esatta della sua interiorità di bambina spezzata: racconta d’essere stata tentata di gettare il patrigno in un burrone, o di ucciderlo col phon acceso dentro la vasca da bagno, ma di avere desistito: “Non farlo. Brucerai / anche tu nello sfrigolio lavico della colpa”. Già, la colpa: “Pensavo fosse colpa mia, che quel rituale / sconsacrato mi toccasse in sorte perché mio / padre vero m’aveva abbandonata e all’altro, / l’Orco, c’era da pagare pegno se volevo che / mi amasse un poco, indegna come ero di sicuro”. Insieme alla colpa c’è la vergogna: “Ma la più cocente vergogna, / il guasto che inceppa e offusca / l’ascesa dell’odio, è quel grappolino / di bene un po’ spoglio, che pure / ti si attorciglia alle costole”. Il desiderio d’amore è ricambiato ogni volta col ribadire il marchio del potere: “Dopotutto volevo solo essere una figlia, / una madonnina inviolabile, la principessa / della fiaba con lieto fine, voleva un / papà, non importava che non fosse il suo, / che non le somigliasse per niente, / voleva guardarlo negli occhi e leggere / l’ammirazione mista a orgoglio che faceva / sbrilluccicare le pupille dei padri di altre / bambine”; e “si sforzava di essere docile, amabile, / la bambina raggiante che ogni padre porterebbe / orgoglioso al mare, ma nella periferia dello sguardo / di Lui era solo qualcosa da sbucciare”. Le maiuscole -Lui, l’Orco- sono il suggello della soggezione, del potere che spezza chi lo subisce.

Come descrive se stessa la bambina rotta? “Io sono la statuina / il pupazzo più bello, sono la bimba di pane e ciliegie colte / a tradimento”; “Chi è questa bambina / spigolosa dalla chioma tutta tenebre / e la sottana strappata? È un garofano / cremisi, quintessenza della solitudine”. Il legame con la vita è lacerato: “Vorrei anch’io lanciarmi / a capofitto dentro la corolla del giorno, invece / mi sveglio con questa paura che schiocca sulle / guance, un dolore piccino, la pellicina strappata / da cui esce una gocciola di sangue: te la darò da / bere, se mi prometti che sopravvivremo all’incubo”. I continui enjambement sono la traduzione di questa terra mancante sotto i piedi, di questa affettività terremotata; ma la musicalità dei versi squilla fortissima, il riscatto comincia dalla parola.

La bambina rotta cerca di rendere il suo corpo sgraziato, gonfio, o al contrario scheletrico, per essere indesiderabile, scivola nei disturbi alimentari; al contrario, interpreta la parte della ninfetta precoce per intimorire e allontanare. Ogni passaggio di questa metamorfosi autoinfilitta è descritto con precisione clinica e lingua furibonda. Nulla è morbosamente dettagliato, ma nulla ci viene risparmiato –per quanto possibile, dato che a noi è stata risparmiata all’origine la condizione di cui qui si parla. La violenza inflitta al corpo delle donne è una guerra e modifica il corpo e la psiche delle sopravvissute: non è un caso che lo stupro di guerra sia una categoria giuridica definita, un atto praticato per umiliare e sopraffare, ma anche per spogliare la persona d’identità, per marchiarla infine, e sporcarla col seme del nemico. Chi conosce la realtà delle sopravvissute agli stupri di guerra nella ex Jugoslavia, ad esempio, sa che tale evento rompe ogni legame della persona con se stessa e col suo contesto sociale, ne attacca direttamente l’identità. Qui non siamo in un contesto di guerra, ma il potere che rompe la bambina funziona allo stesso modo.

La società intorno a lei si chiude. La bambina rotta non può trovare conforto nella religione e nei suoi addetti ai lavori: “pensa che dio / non esiste, altrimenti non potrebbe guardare / morire le anime candide, bambini che perdono / i denti da latte coniglietti affamati, le prede / del mondo, corri e nasconditi, gli sussurra, / ma lui è già altrove, nel paese senza meraviglie” (notare che dio e lui sono scritti con la minuscola stavolta, sono meno onnipotenti dell’Orco). Un prete si rifiuta di benedire la tartaruga unica amica della bambina rotta e la scaccia in malo modo dandole della stupida: “Maria, [nome della tartaruga] ti chiedo scusa, volevo seppellirti sotto / la frescura di un pino, sapendo che un dio gentile / ti avrebbe accolta. Invece ti gettai in un tombino, / sperando il tuo ritorno al mare”. Dio, in effetti, è solo l’ennesima incarnazione del padre padrone, il rettore supremo del sistema di regole che tiene in scacco gl’innocenti. “C’era una volta una bambina e c’erano / con lei le sue sorelle di sventura, tutte sole / in un bosco blu cobalto, nell’ora in cui scocca / la tormenta. Nel fragore ultraterreno dei tuoni / e nel fiammeggiare del cielo viola, vagavano / senza battesimo nella chiarissima certezza / che se dio esiste, non è per loro”.

Accanto ai bambini spezzati figurano spesso gli animali, come il gatto scacciato dalla famiglia: “i cuccioli / e i bambini, si sa, vanno addomesticati / alle regole del mondo e se non mostrano / obbedienza c’è sempre la minaccia / d’abbandono a piegarne l’indole ribelle. / un anno insieme, tutti i giorni, e mi ricordo / ancora quella meraviglia di svegliarmi e sapere / che lui era mio, mi apparteneva e per lui ero / importante. Nove anni spigolosi e cupi io, lui / argento vivo addosso: si stabilì che il gatto era / ingestibile, io invece sarei rimasta, ma che / fosse chiara la fine che faceva chi osava / contraddire il quieto vivere dei grandi. Così / fui costretta a strapparmi di dosso la mia / ombra viva”. Non si tratta solo d’un ricordo doloroso: l’autrice qui abbraccia il pensiero antispecista, riconoscendo che l’innocenza attrae a sé l’interesse a distruggerla, e che il mondo, quando trova un muro bianco, ci scrive su. I bambini rotti, come gli animali, sono prede e cibo, diventano oggetti per chi vuole sottometterli e marchiarli.

La sezione titolata Decalogo di sopravvivenza per bambine sotto scacco costituisce il nucleo orribile e struggente della raccolta, un tirare le fila e raccogliere le estreme conseguenze dell’essere una bambina rotta. Ai decaloghi ufficiali si sostituisce un decalogo autoappreso dettato dalla necessità:

  1. “Impara a contare da zero a infinito, e poi al rovescio” perché “nessun supplizio pare sia eterno, / anche se finisce dopo il cento, oppure il milione di cifre”;
  2. “Cercati un amico che sia irrimediabilmente muto: / un pino sradicato dal suo bosco e messo in castigo [e torna l’associazione fra bambini assoggettati e natura, cui è riservata la stessa sorte infantile d’essere messi in castigo] / nel giardinetto condominiale […] All’occorrenza vanno bene anche i fratelli animali, / se oltre alla voce vuoi lasciar fluire il tocco tiepido / di una carezza”;
  3. “Menti sempre, invece, con tutti gli altri che, stanne certa, / fingono più di te, gentilezza, affetto, ma anche una discreta / dose di interesse quando mostri dietro il faccino terso / l’universo delle loro perversioni”;
  4. “Trovati uno spazio irraggiungibile, un lembo di mente, / un anfratto segretissimo tra la farandola dei pensieri, / un’oasi di pace inviolabile al centro del tuo essere, in cui / all’occorrenza migrare”;
  5. “Segui le istruzioni: crea riti e rituali / per ogni azione che compi, converti ogni gesto in un’abitudine / perfetta, coltiva il prevedibile, non lasciare mai in disordine / il tempo, non lo liberare, impara a memoria formule magiche / con parole insistenti”;
  6. “Tieni un diario segreto, di quelli col lucchetto, in cui /esercitare l’arte antica della iettatura: sei autorizzata / a odiare, ad arrabbiarti, a desiderare che un fulmine colpisca / chiunque ti abbia fatto del male”;
  7. “Che non ti venga mai in mente di scrivere o di disegnare / per davvero quando sei immersa nel brodo caldo della / scuola popolare. Se ti chiedono di disegnare la tua famiglia, / per non sbagliare disegna quella che vorresti, non quella reale”;
  8. “Moltiplicati, diventa una serie completa di figurine / della tua eroina preferita, da mettere in scena all’occorrenza. / Ispirati alla leader ufficiale del settore, la signorina Matrioska […] / diventane la sosia, tante / versioni di te di dimensioni diverse, da sfoggiare in ogni / stagione, bufera o tempesta, con la sicurezza che la te stessa / più tenera resterà al fondo del fondo, è così minuscola e / raccolta che nessuno la può vedere, nemmeno tu, così / un giorno ti preoccuperai di averla persa. Ma non ti curare / di questo per ora, il tuo obiettivo è di restare viva, non intera”;
  9. “Quando sei al cospetto dell’Orco non ti ribellare, / è inutile, dilaterai il tempo dei suoi giochi fino / al tuo vomito: lascia il corpo in balia degli eventi / (vedi punto 4) e preparati al malessere del dopo”;
  10. “Coltiva la tua verità, mettila in un vasetto al sole”.

Ecco, a conclusione di questa rassegna, il consiglio finale è di coltivare la verità, per riproporla chi sa quando, un giorno futuro, e nel riappropriarsene smascherare il mondo. Ma forse smascherarlo non muterà la sua faccia, anzi senz’altro il mondo si richiuderà sulle bambine rotte anche da adulte, travolgendole di certezze e silenzio. Forse le uniche ascoltatrici saranno le altre bambine rotte, finché non saranno una moltitudine non più silente. Forse l’unica strada il canto corale delle voci costrette alla solitudine: “Sorelle, non c’è / una ragione se è capitato a noi questo morire restando / in piedi, abbarbicate alla cima delle nostre storie / amare. Ma per il lieto fine non occorre alcun / lasciapassare, è già nostro, l’abbiamo barattato / con l’ombra dell’infanzia in cui ci siamo perse”. Senza perdonare, si può spezzare la catena e praticare la bontà come atto di vittoria: “deposto il vessillo delle vittime, / abbiamo scelto di non essere carnefici”.

È difficile parlare di questo libro senza limitarsi alla sua pura descrizione, primo perché ci si trova in difetto di competenza e di possibilità di reale immedesimazione -l’autrice ha sia esperienza diretta che studi-, ma anche perché la sua forza si spiega da sola, è la forza pura del fatto e di una parola che gli aderisce pur riservandosi la qualità di essere visionaria. La Postfazione di Franca Alaimo si chiude così: “Quest’opera costituisce un esempio del fatto che non esiste tema, per quanto crudo e doloroso, che i poeti non possano e non debbano far risuonare in versi, simbolizzando, metaforizzando, trovando connessioni verbo-semantiche inusitate, in una sola parola: cantando”. Quel cantare, forse, è la più grande vittoria della bambina rotta sull’individuo e sull’universo sociale che l’hanno rotta: il coraggio non solo di dichiarare l’orrore, ma di trasformarlo in canto, e quindi di superarlo, almeno sulla pagina letteraria, in qualcosa che per sua natura attinge a una dimensione sovrapersonale. Chi ha detto che non si poteva più fare poesia dopo Auschwitz ha sbagliato: più ancora del silenzio, la forza è in chi riesce a trasformare una Auschwitz in un canto.

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