Per anni, su una nota rivista letteraria, m’imbattevo nella definizione di alcuni personaggi come “sorta di moderno Fitzcarraldo”, e mi chiedevo cosa volesse dire e perché anteporre l’aggettivo “moderno” alla reincarnazione del protagonista di un film del 1982. La visione del film lascia con più domande che risposte. Chi è Fitzcarraldo? È un uomo con una visione. I suoi tratti psicologici sono poco approfonditi e il regista non sembra interessato ad approfondirli. È uno di quei personaggi che combinano un’immaginazione quasi delirante a un realismo estremo sui mezzi per realizzarla. Il suo antecedente è il Lawrence d’Arabia di Lean, solo che Herzog, a differenza di Lean, non psicanalizza il suo eroe. Fitzcarraldo è determinato, carismatico, appassionato, ma non pronto a tutto: quando due uomini muoiono per portare la nave al di là della foresta, solo l’incoraggiamento dei suoi stretti collaboratori lo convince a non desistere. È buono Fitzcarraldo? Non possiamo dire neanche questo. È umano? Direi piuttosto che è descritto come un demiurgo, capace di astuzie da avventuriero come quella di utilizzare la leggenda degli indios a suo vantaggio. Non è immune dai limiti culturali del suo tempo, e infatti al pari di tutti gli altri chiama “culi nudi” gli indigeni. È uno sfruttatore? Non si pone il problema che per un momento. Lui ha un obiettivo: arricchirsi col caucciù per costruire un teatro dell’Opera. Il suo vero scopo è la musica. Tutto è nella sua mente: il film rifiuta ogni soluzione spettacolare, non ci sono battaglie, frecce, catastrofi, anche se il soggetto le avrebbe autorizzate. La fatica fisica del lavoro degli indigeni non è praticamente rappresentata perché al centro del film c’è la forza spirituale di un uomo che sfida le potenze avverse della natura, che sfida le leggi della fisica, che in ultima analisi sfida Dio pur di portare la musica dove nessuno poteva nemmeno immaginare di portarla. E ci riesce ben prima del finale: sono meravigliose le sequenze in cui Klaus Kinsky fa partire il grammofono sul fiume e la voce di Caruso si mescola ai tamburi e alle grida degli indigeni: un incontro-scontro tra culture che avviene non con scene d’azione, ma attraverso la dialettica sonora tra i prodotti di quelle culture, tra due sistemi di segni. È un colonialista Fitzcarraldo? Forse sì, di quelli animati dalle migliori intenzioni come Lawrence. Il film è epico, ma di un’epica dell’intelligenza, non della forza o dell’azione. Herzog si affida alla grandiosità del paesaggio del Rio delle Amazzoni e a pochi commenti musicali, come l’inizio del Tod und Verklärung di Strauss mentre la nave scivola lungo il fiume, per creare la dovuta tensione. Fitzcarraldo non potrebbe essere un individuo reale: non è descritto in termini realistici il suo rapporto con la fidanzata interpretata da Claudia Cardinale, e il vero Carlos Fermen Fitzcarrald, a giudicare dalle foto d’epoca, era fisicamente molto meno carismatico di Kinsky. L’innegabile simpatia del personaggio risiede soprattutto, e per paradosso, nell’interpretazione di un attore non simpatico come Kinsky, che riesce a trovargli espressioni di entusiasmo, di allegria e perfino di tenerezza, senza per questo renderlo meno granitico e più sfumato. Il chiaroscuro, sia figurativamente che psicologicamente, è ridotto all’indispensabile e la narrazione procede con una serenità sorprendente se si considerano le drammatiche circostanze della lavorazione della pellicola. Un tocco d’inquietudine va cercato semmai in certi bruschi movimenti di macchina, negli stacchi improvvisi del suono all’apparire della musica -come nei primi film sonorizzati, in cui la colonna musicale irrompeva con un plop interrompendo semplicemente la colonna dialoghi e la colonna effetti. Per tutto il film, prima dell’esplosione di gioia finale, Herzog conserva il focus non sull’emozione, ma sull’idea. Chi è Fitzcarraldo resta dunque misterioso. A noi appare come l’unico personaggio moderno innanzitutto perché Kinsky è l’unico che parla come un uomo del nostro tempo, mentre gli altri attori recitano in uno stile stentoreo che ricalca la teatralità del primo Novecento. Ma è anche una figura antica, un Empedocle, un semidio. Verso la conclusione della pellicola sentiamo alcune musiche moderne -ma condotte sullo schema ritmico dei canti degli indigeni. Il protagonista allora potrebbe essere una figura-ponte fra l’Ottocento romantico e il Novecento nevrotico? Una sorta di Picasso, pittore modernissimo negli esiti ma antichissimo nella concezione superomistica, sciamanica dell’arte? Anche questo rimane un punto interrogativo. La grandezza del film è proprio nel non voler risolvere, nel lasciare intatti tutti i suoi punti interrogativi, compreso l’ultimo: quella di Fitzcarraldo è una vittoria o una sconfitta?
Chi è Fitzcarraldo?
Pubblicato il di Giorgio Galli
Pubblicato da Giorgio Galli
Giorgio Galli è nato a Pescara nel 1980 e si è laureato a Siena. Vive a Roma dove ha gestito una libreria indipendente. Ha pubblicato "La parte muta del canto" (Joker, 2016), "Le morti felici" (Il Canneto, 2018) e "Un quoziente di gioia" (Fve, 2023). Vedi tutti gli articoli di Giorgio Galli