Tutti abbiamo visto il finale di questa trasmissione, il discorso pronunciato da Pasolini dall’alto di una duna, osservando Sabaudia. Ma se la guardiamo tutta, troviamo un Pasolini attento a questioni urbanistiche e ambientali, all’equilibrio tra urbanistica e ambiente, alla necessità di preservare le culture popolari e le loro espressioni, un Pasolini che parla di muri, selciati, tratturi, porte dichiarando che hanno pari importanza rispetto a opere d’arte e monumenti e che si allarma all’idea che scompaiano sull’onda della modernizzazione. Ora, da un certo punto di vista la posizione di Pasolini è sentimentale perché la storia, nel suo procedere, ha cancellato così tante culture che di molte non sappiamo nemmeno che sono esistite o possiamo parlarne solo per congetture. Ma la visione totale delle tracce dell’umano, il vedere le città e i luoghi come altrettanti testi scritti da mani innumerevoli, questo approccio semiologico che considera lo spazio come sistema di segni e quindi sistema di senso, con i suoi equilibri, è qualcosa che trovo non solo ancora attuale, non solo in anticipo sui tempi, ma anche profondamente commovente perché Pasolini non parla da specialista, parla come un innamorato in lutto, come uno che ha una compagna in fase terminale e si preoccupa di conservare tutte le tracce, le testimonianze di lei. C’è qualcosa di titanico in questa lotta contro la fragilità dell’umano, ma anche qualcosa che, in questo titanismo, denuncia la propria stessa fragilità. Con Pasolini tutto si fa concreto: concreto come la poesia.