1. Bambini
Nel 2019 Aurelio aveva lavorato in un campo scuola per bambini. Bambini che mostravano uno strano terrore degli animali e delle piante: se una mosca si avvicinava, alcuni fuggivano come in preda al panico. Non dicevano “il maiale”, ma “il suino”. Aurelio aveva scritto a un amico: “Alla fine dell’esperienza coi bambini rivaluterò la figura di Erode. A differenza degli animali, i bambini non mi hanno mai commosso, e questi bambini meno che mai. Se sono loro i rappresentanti del mondo che ci aspetta, vuol dire che tra dieci anni il mondo non sarà più un posto in cui varrà la pena vivere. Sto diventando un conservatore: ho nostalgia di un mondo che non ho conosciuto, il mondo non dico delle bacchettate sulle dita, ma dell’educazione rigorosa, esigente, degli adulti che non si preoccupavano di dare divieti e punizioni e di educare i bambini alla sconfitta, al caso, perfino alla morte. Oggi tutto è ‘un trauma’, e i bambini devono essere artificialmente tenuti al riparo dai ‘traumi’: così vengono fuori dei soldatini sterilizzati e inadatti alla vita, dei piccoli nazisti in attesa di un Führer che ne indirizzi il bisogno di pulizia verso una pulizia etnica. La vita di per sé è trauma: ogni biografia è una tragedia. Mica una biografia ha l’happy end: finisce sempre con la morte del protagonista. Questi bambini non avranno mai una biografia. Di buono c’è che tra loro i meccanismi di emarginazione tradizionali funzionano meno, perché tutti hanno una cultura comune basata sul telefonino: nessun bambino ignora cosa siano i selfie, gli effetti o le dirette Instagram; tutti ne fanno e, se un bambino nomina un certo game o una certa app, tutti sanno di che cosa si parla. Tra noi c’erano delle differenze, tra loro no. Sono così uguali da essere quasi intercambiabili. C’è di positivo che sono meno sensibili alle differenze di reddito e di cultura famigliare di quanto eravamo noi. C’è di orribile che sono delle macchinette. Occorre una diversità radicale per essere percepiti da loro come ‘diversi’. Ma, quando la differenza scatta, sono già predisposti al razzismo.”
2. Pienezza
È difficile amare sia l’umanità che gli individui. Spesso chi ama l’umanità fatica ad amare gli individui perché non sono abbastanza umani -oppure sono decisamente disumani. Ma l’amore per l’umanità, senza amore per i singoli, non diventa ideologico e astratto? È un bel problema, di cui Aurelio non ha la soluzione, anche perché forse la soluzione è solo quella che si realizza di volta in volta nel cuore di ogni persona sensibile. Aurelio soffre la solitudine, ma gli altri lo deludono spesso, e anche lui si delude facilmente di sé perché sente di non corrispondere al suo ideale di vita né al suo desiderio di una vita piena. Aurelio non crede nelle vite felici, crede però nelle vite piene e ne ha sempre desiderata una per sé. Da qualche tempo, però, si annoia. È cominciato tutto durante il lockdown, quando eravamo tutti chiusi in casa per paura del Covid. Allora Aurelio ha cominciato ad avvertire sintomi di noia e solitudine. Quando la grande paura è finita, la prima cosa che ha fatto è stata partecipare a un incontro su un libro di poesia. C’erano molte persone e gli sembrava strano vederne così tante tutte insieme. Era imbarazzato come un ragazzino al primo appuntamento. E anche gli altri si sentivano felici imbarazzati e sorpresi di essere di nuovo in così tanti insieme. Per lungo tempo, gli incontri erano stati solo online. Ma, quando la pandemia è passata, qualcosa di noi, pensa Aurelio, è rimasta online. Siamo tutti partecipi di una solitudine collettiva di fronte alla morte e al destino. Le generazioni che hanno attraversato quel periodo ne sono uscite amputate. E con questo senso d’amputazione è difficile avere una vita piena.
La solitudine digitale è più profonda di molte altre solitudini. Una volta Aurelio aveva letto un libro scritto da tre giovani autori, un libro di racconti a più mani. Tutte le voci erano voci di autori che avevano vissuto il passaggio dal mondo reale al mondo virtuale, dal mondo fisico a quello della Rete, e protagonista della loro indagine pareva essere proprio la percezione allargata fornita dalla Rete. Esiste un modo di percepire il mondo che è figlio dell’epoca della Rete, pensava Aurelio. Preservata dal decadimento fisico grazie alle sue protesi tecnologiche, la società contemporanea ha rimosso la morte dal suo orizzonte collettivo. Ma quei racconti sembravano scritti in un post-vita, in uno stato di dormiveglia simile a quello riferito negli studi sulle esperienze di fine-vita, di pre-morte. Un dormiveglia in cui i personaggi si trasformavano in apparizioni e i dialoghi erano alternanze di monologhi. E la morte era diventata più che mai un’esperienza solitaria, più che mai “quando si muore, si muore soli”.
3. Bande
Aurelio aveva un bel ricordo delle feste al paese di suo nonno. Scrisse un giorno su Facebook: “Quando, da bambino e da ragazzo, negli anni Ottanta e nella prima metà dei Novanta, arrivava la banda al paese di mio nonno, voleva dire ch’era festa. L’arrivo di quel gruppo di strumentisti era collegato, nella mia mente acerba, alle arachidi tostate, alla gente che si riversava in piazza, alle tombole nella grande piazza. Non so se ci siano ancora le bande, ma ho l’impressione che ormai non se le fili più nessuno; ed è un peccato, anche perché svolgevano opera di diffusione della musica tra una popolazione che aveva pochi altri modi per ascoltarla. Mio nonno, nato nel 1912, amava il suono del clarinetto e a diciott’anni iniziò a suonare in una banda. Raccontava quand’era andato a Napoli a suonare l’Incompiuta di Schubert e un tizio gli aveva chiesto: ‘Sentite, la sinfonia è bella, ma non potete fare un po’ di musica nostrana? Per esempio, ‘A ronna è mobbile?’ Quando ebbe migliorato le sue condizioni economiche, mio nonno, fra le prime cose si comprò tutti i dischi di Toscanini. Ecco, se penso che alla maggior parte dei ventenni adesso L’incompiuta può far venire in mente al massimo una prestazione sessuale infelice e Toscanini lo confondono al massimo i più secchioni con un cartografo, penso che le bande fossero importanti, e che la moltiplicazione delle possibilità di accesso alla musica non sempre s’è tradotta in una migliorata conoscenza della musica.”
La risposta che ottenne da un contatto fu: “Le bande esistono eccome e non sono relegate al solo accompagnamento di festività e ricorrenze. Proprio ieri sera sono andata ad ascoltare la banda di Cividale del Friuli che, accompagnata da 8 cantori, ha dato luogo a uno spettacolo con canzoni che andavano dagli anni ‘20 agli anni ‘70”. Aurelio rispose: “Però non fanno più l’Incompiuta”.
4. Un secolo
Pensava Aurelio che in altre epoche il quoziente di poesia del mondo aveva avuto la sua importanza. Nella nostra, sembra bandito. Gli era capitato di ascoltare una registrazione della voce di Biagio Marin -alla cerimonia per i suoi novant’anni, a Grado, nel 1981- ed era rimasto colpito dal suo accento ottocentesco, così musicale, solenne, declamato, completamente diverso da quello dei nostri tempi. Sarebbe interessante, s’era detto, studiare le cause del passaggio da quello stile, così espressivo, a quello neutro, di pura comunicazione, che gli s’è sostituito nel Novecento. È impressionante confrontare il parlato delle generazioni fiorite prima della Grande Guerra e quello delle successive: è come se l’Ottocento si fosse improvvisamente polverizzato. Oggi è uno dei secoli più travisati. Luciano Berio, in un’intervista del 1991, aveva esortato i giovani musicisti a non darsi l’etichetta di romantici, perché il Romanticismo era stato un fenomeno nuovo e sconvolgente ai suoi tempi, ed era impossibile paragonarsi. In effetti, a dispetto della sua vicinanza, il diciannovesimo secolo è un secolo incompreso, trasformato dalle fiction in una cosa di retroguardia e zuccherosa, in una cosa rassicurante -mentre è stato un periodo di vitalità, d’inquietudine e soprattutto di continuo progresso, un secolo che ha sempre cercato di superare se stesso. Quel grande slancio in avanti non era perdurato nel Novecento: qualcosa s’era conservato fino agli anni Trenta; poi la seconda guerra mondiale aveva portato via tutto, pensava Aurelio.
5. Una testa ben fatta
Da qualche parte Aurelio ha letto che Edgar Morin distingue fra “una testa piena”, stipata di conoscenze per forza di cose specialistiche, e “una testa ben fatta”, abituata a pensare in modo problematico e ad esercitare ogni volta il pensiero critico. Aurelio pensa di non essere una testa piena: non si sente un uomo colto anche se assegna valore alla cultura, non è specializzato in nulla e si riconosce più nelle sue lacune che nelle sparse conoscenze che ha. Quello che pensa di sé con orgoglio è di avere una testa ben fatta -abituata a pensare e a far passare tutto attraverso il vaglio del pensiero. Si sentiva profondamente ignorante, e per questo evitava le conversazioni con persone che percepiva come “colte”. D’altronde non amava la troppa sicurezza degli esperti, la loro soddisfazione di sé. Alcuni suoi amici insegnavano all’Università, ma alla loro conversazione appagata preferiva quella irrequieta e di persone meno colte, ma più curiose. In fondo, il suo modello erano rimasti i vecchi del paese di suo nonno: gente che non aveva avuto un’istruzione, ma mostrava un atteggiamento colto verso la vita. “I vecchi del paese di mio nonno erano colti di una loro cultura”, pensava, “fatta di opere liriche ascoltate dalle bande di paese e di tanto rispetto verso chi aveva avuto la possibilità di studiare. Eran cresciuti sotto la dittatura, ma comprendevano la democrazia e lo Stato di diritto meglio della maggior parte dei miei coetanei. Non mi piace la nostra epoca. Mentre quei vecchi privi di studi avevano una disposizione colta verso la vita, ora vedo poeti che conoscono ogni anfratto della poesia, ma ragionano come l’uomo della strada sulla maggior parte degli argomenti. Essere intellettuali non è un lavoro in cui si timbra il cartellino: è un privilegio, che bisognerebbe onorare con una costante disposizione al pensiero.”
Aurelio cerca di avere lo stesso atteggiamento dei suoi vecchi. Al tempo stesso, sente di avere uno svantaggio rispetto a loro: lui è andato oltre perché ha ricevuto un’istruzione, e ciò lo ha reso troppo raffinato, troppo esigente, meno sensibile, meno in contatto con la concretezza delle cose. Uno dei momenti più gioiosi della sua vita era stato quando, a quattordici anni, la luce di un lampione vicino a una casa bianca gli aveva rivelato che proprio quella luce e quella casa erano vere, gli aveva mostrato qualcosa che lui aveva sempre dato per scontato durante le sue passeggiate. E invece non si deve dare mai nulla per scontato in quel miracolo ch’è la vita. Era stata un’esperienza così intensa e liberatoria che il senso di gioia gli era rimasto appiccicato addosso per mesi. Poi era cresciuto, e crescendo ci si disincanta, si ritorna a dare cose per scontate. Adesso è la presenza di Elena a ridare concretezza a tutto, è grazie a lei che ogni cosa prende nel mondo il suo esatto spessore. Se Elena dovesse lasciarlo, Aurelio si sentirebbe precipitare nell’irrealtà. Ed anche questo è un piccolo miracolo -all’interno di quel grande miracolo ch’è la vita.
6. Allegria
Per essere allegri oggi occorre essere profondamente immuni alle lusinghe della “comunicazione”, che propone un modello sociale “vincente” ma fragile, di successo ma con una vita personale tormentata. Preferisco essere perdente ma forte, o il classico sano fallito, pensava Aurelio. Un senso di fragilità e mollezza tormentava il mondo intorno. Gli era capitato di guardare un documentario girato dai ragazzi di una scuola, e strideva il contrasto tra il materiale d’archivio, filmati storici che mostravano persone e stili di comunicazione robusti, e il materiale girato dai ragazzi, che mostrava un’arrendevolezza di fronte alla realtà, un essere tarati sulla realtà così com’è che lo disgustavano. Aveva fatto un esperimento con l’esecuzione musicale: aveva confrontato lo stesso brano -la Marcia funebre di Chopin- eseguito prima da Cortot e Rachmaninov, due pianisti di formazione ottocentesca, poi da Rubinstein, un po’ meno ottocentesco, e infine da Richter, nato nel 1915. Tutti grandi artisti, ma era evidente il passaggio da una civiltà forte, fatta di personalità forti e di fortissime convinzioni, a una condizione fatalistica, che comportava tempi più dilatati e una maggiore abbondanza di dettagli. Che cosa testimoniava questo passaggio? Forse proprio un progressivo schiacciamento sulla realtà così com’è, un ritorno all’ordine del realismo e del cinismo dopo la grande sbornia del mondo romantico. Come saranno state le epoche precedenti? Nessuno conosce altro che la sua, quindi una teoria generale non si può formulare; ma forse, pensava Aurelio, noi non siamo l’epoca peggiore della storia, solo la più volgare, e per questo verremo ricordati in futuro.
7. Stravinsky
Un pomeriggio Aurelio guardò un documentario su Stravinsky realizzato nel 1982, e, a parte l’emozione e la sorpresa di veder vivi e parlanti artisti dei Balletti russi e persone che avevano preso parte alla prima della Sagra della primavera nel 1913, lo colpirono i documenti del folklore russo e della musica popolare ucraina perché rimandavano a un periodo -durato praticamente dall’inizio dei tempi fino a pochi decenni fa- in cui la musica popolare non era un fenomeno globalizzato e industriale come oggi. Non necessariamente quelle culture erano buone, anzi spesso presupponevano rapporti umani e sociali oppressivi; ma certo era impressionante pensare a come tutte le culture popolari erano state soppiantate dall’egemonia del pop. Se il mondo è bello -anche- perché è vario, s’era detto Aurelio, qualcosa di questa varietà s’è perduta. Conoscere il mondo è diventato meno interessante perché i posti e le persone somigliano sempre più l’uno all’altro. Forse il mondo è anche meno allegro. Una festa in discoteca, ad Aurelio, non sembrava gioiosa come le feste di paese a cui aveva assistito nella prima adolescenza, quando c’erano la banda, le noccioline, la gente riunita in piazza e per strada.
(Nell’immagine: un dipinto di Nicolas De Staël)