“Quando sono nata ho smesso di essere aria”

(postfazione al libro omonimo di Marilena Votta, Edizioni Progetto Cultura, 2025)

Sono nata da una madre in lutto scrive Marilena Votta, e questa dichiarazione è quasi la premessa di una scrittura scavata nel trauma e nello splendore di esistere. Se la poesia, diceva Zanzotto, è eterna riabilitazione da un trauma di cui s’ignora la natura, quella di Marilena Votta è poesia che va alle origini, che conta traumi e superamenti, è poesia di forza e di resistenza, di un oltrepassamento della disperazione che passa per uno slancio primordiale di vita, un colpo di reni, una botta di timone: è il resoconto di una continua rinascita che avviene attraverso la pienezza di senso offerta da persone e cose.

La consapevolezza delle macerie è il punto di partenza. Ogni resurrezione è la fatica estrema di risorgere. Emblematica è la figura dell’amica dai capelli color luce d’estate, ispirata a una persona reale riemersa da una morte quasi certa, a cui vengono dedicate due poesie: in una c’è lo sforzo brutale, la forza -spirituale e ferina insieme- di sopravvivere; nell’altra un sogno di gentilezza, il dono di una pace che si realizza in una vita oltre la vita, nella vita della poesia.

I punti cardine del percorso sono sempre ben presenti: l’infanzia, la sessualità, l’abbandono, la solitudine, la riscoperta echeggiano per tutta la raccolta. Nulla ci viene risparmiato, il linguaggio è crudo, scabro, con solo un minimo di indirection a tenere separati il terreno della vita da quello della letteratura: “Ho consumato la mia prima volta / Per strada stando attenta / alle buche grigie di assenza sul selciato / Le braccia / Nude / Vorrei essere per un minuto o due come / Chi è maldestro e quando cade / Non incolpa nessuno”

I versi, liberissimi, si slargano nella frase intera -quando non nella prosa poetica- o si rastremano fino alla parola isolata nello spazio bianco: più che versi sono frammenti di significato strappati, quasi a morsi, dal reale, sono segni della lotta. Il disincanto e la volontà di preservare l’incanto sono ogni momento a confronto, ciò per cui si lotta è l’identità e il terreno della lotta coincide con quello dell’essere donna: “ovunque ti giri / Ci sono persone capaci di ridere / Sul bisogno d’aiuto di una ragazza in fiamme / Girati dall’altra parte / Sempre / Eppure comprano l’uovo per beneficenza / E si indignano / Coi pugni di sabbia / ogni volta che una storia / Si disegna di sangue”.

Non è, però, quello di Marilena Votta, solo un “coro di donne”, ma una sfilata di vinti che ribaltano la loro condizione, che sputano se stessi negli occhi dei vincitori: e c’è una poesia che più di tutte, forse, col suo andamento narrativo, con la sua versificazione spezzata e convulsa, rappresenta questa trasmutazione: “Non è passato molto tempo / Da quando mio padre / Benediceva noi tutti / a capo chino / Con un secco ramo verde / Di ulivo / Intinto / In acqua santa e rugiada / Spesso nascondevo le lacrime / Per l’agnello dalla testa mozzata / Destinato a non sapere niente / Di quanto la sua carne fosse necessaria / Per stare in cerchio / Tutti / a sperare nella primavera / Di aprile / Mio padre Benediceva / Convinto che tutto sarebbe rimasto / Lo stesso / Uguale / ogni aprile / Destinato a replicare / La sua follia / Di fiori / Non sapeva che un giorno / L’agnello sarebbe scappato / E la sua figlia ribelle / Gli avrebbe offerto / Un rifugio”. Ci sono molti riferimenti letterari nella poesia di Marilena Votta, e i più evidenti sono quelli ad Alejandra Pizarnik; ma, leggendo questi versi, mi è difficile non pensare a una tragica figura di cantante-poeta del secolo scorso, Vladimir Vysotsky, e alla sua canzone intitolata La caccia al lupo, anch’essa contrassegnata dalla gigantesca fatica del lupo braccato che scappa e votata a una grandiosa liberazione finale che nessuno poteva prevedere, alla rottura di una tradizione e di un destino che sembravano scritti per l’eternità e che tuttavia non altera la realtà smisurata della fatica. Non ci sono, nella canzone di Vysotsky, modulazioni liberatorie come nel Bolero di Ravel: la melodia continua implacabile, urlata, il lupo ha spezzato il cerchio ma l’unica realtà continua ad essere quella della lotta. Così accade anche in queste poesie, dove perfino l’amore, per quanto pieno e appagante, è frutto di fatica, è un bene duramente conquistato. Un amore meritato, un ennesimo superamento. Usciamo da questa lettura più radicati nella vita.

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