L’artista non è irresponsabile

Nutro sentimenti contrastanti sulla vicenda Gergiev. Sono lontano dalla russofobia che ha portato a censurare artisti russi di vari orientamenti politici, anche contrari a Putin, per il semplice fatto di essere russi, per non parlare della ridicola vicenda delle lezioni su Dostoevskij di Paolo Nori. Al tempo stesso, mi preme fare alcune considerazioni:

1) faccio parte di coloro che credono Gergiev non un grande direttore nel senso in cui lo erano Mravinskij, Kondrashin, Baršaj, Roždestvenskij, Temirkanov, ma un abile musicista che ha saputo sfruttare le sue entrature politiche per avere successo;

2) non si tratta semplicemente di un artista russo, ma di un uomo di apparato: è importante perché, quando parliamo ad esempio di direttori nazisti come lo sono stati Furtwängler, Karajan, Böhm, non parliamo di uomini di apparato, inseriti nella classe dirigente del regime, ma solo di artisti che hanno lavorato in Germania durante il nazismo e non sempre con la tessera del partito in tasca -Furtwängler non la prese mai, Karajan la prese ma addirittura sposò un’ebrea ed entrò in contrasto con Himmler- mentre Gergiev, al pari del regista Michalkov, è effettivamente un uomo dell’establishment, che ha il potere di decidere chi fa carriera e chi no nel mondo musicale russo in base all’ortodossia ideologica e finanzia coi suoi cachet la macchina propagandistica di un regime autoritario che ha fatto strage di oppositori in perfetta continuità con la tradizione sovietica.

Vale sempre il principio di separare l’artista dall’uomo; ma è più facile osservarlo con i morti. Di Céline abbiamo solo l’opera, l’uomo Céline -peraltro un uomo lucido e affascinante- non esiste più. Con un vivente è più difficile: il Nobel a Peter Handke era oggettivamente un’offesa ai sopravvissuti del genocidio di Srebrenica, da lui negato. Chiaramente sto parlando di artisti e intellettuali attivamente implicati coi regimi e non metto in conto i flirt giovanili di Cioran col nazismo, del tutto abiurati dall’interessato, o le simpatie fasciste di Ungaretti in un certo periodo della sua vita. Non c’è una singola pagina filonazista di Cioran, né una singola pagina di Ungaretti che non gridi un’umanità distante anni luce dal fascismo. Mi riferisco solo a chi ha usato la sua opera per sostenere la causa sbagliata. Gli errori li facciamo tutti, siamo umani e, se proviamo a pensare che siamo tutti condannati a morte, diventiamo più indulgenti.

Ci sarebbe però da fare un discorso serio sulla responsabilità morale degli artisti, che non si risolve con la cancel culture, né con la censura, ma nemmeno con la favola che gli artisti sono creature a parte dotate di un lasciapassare morale. Non si boicotta Polanski, persona per altri versi umanissima, ma nemmeno si dovrebbero fare appelli di intellettuali per dire che l’enorme valore dei suoi film è più importante dei debiti che l’uomo potrebbe ancora avere con la società, una visione che a) suona come una difesa corporativa della categoria degli intellettuali e ricorda la scandalosa impunità riservata ad Althusser dopo l’omicidio della moglie, e b) fa passare l’idea, tipicamente capitalistica, che l’arte sia inutile e gli artisti degli esseri stravaganti interdetti da responsabilità umane e perfino penali. Se Polanski ha scontato la sua pena lo si lasci in pace; se no, lo si lasci in pace perché ha novant’anni, non perché il suo essere artista lo renderebbe al di sopra della legge. Allo stesso modo, è di solare evidenza che Gergiev dev’essere lasciato libero di dirigere, ma se i membri di “Memorial” organizzano un picchetto di protesta a un suo concerto e gli ricordano che il suo padrone politico ha qualche responsabilità nelle morti di Anna Politkovskaja e Natalia Estemirova, beh hanno altrettanto e più diritto di farlo. L’artista ha un solo dovere: fare cose belle, diceva Brodskij. Ma questo non vuol dire che sia irresponsabile.

Dunque, nutro sentimenti misti: l’artista Gergiev non va censurato ma è responsabile, l’uomo Gergiev lo considero spregevole. E non ho nessuna soluzione.

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