C’è un piccolo film di Fellini, Intervista, che è il suo penultimo e che desideravo rivedere da tempo. Trent’anni fa mi parve il suo peggiore. Rivedendolo oggi con la speranza di rivedere anche il mio giudizio, mi sono trovato purtroppo a confermarlo: è carino, divertente, ma Fellini era vecchio e aveva già dato tutto. Qui ha scelto di togliere il trucco e mostrare il suo cinema come fossero le riprese di un altro sul set, senza le magie e i tormenti di Otto e mezzo, senza che l’immaginazione mitizzi il ricordo, anzi mostrando impietoso il confronto fra quel mondo mitico ormai perduto e la realtà prosaica ancorché allegra e buffa della lavorazione. Ma ha senso togliere il trucco se il cinema di Fellini è proprio il trucco? Poco prima di congedarsi, il mago si è destituito della magia. Un filmetto carino ma in fondo disperato. Dopo ci sono stati i sogni stanchi, anch’essi prosciugati di magia, de La voce della luna, e poi la morte. Il grande sognatore non ha retto la trivialità dei tempi nuovi. Si è arreso. E arrendendosi è rimasto solo con la sua stessa trivialità, con il fondo greve, ancorché ricoperto di apparenze stupende, della sua ispirazione. Per fortuna, il film ci lascia una piccola gioia: la marcetta che Nicola Piovani aveva composto per L’amore delle tre melarance di Vincenzo Cerami e che qui ripropone. Nulla a paragone delle musiche di Rota, ma almeno è una piccola gioia.
Il mago rinuncia alla magia
Pubblicato il di Giorgio Galli
Pubblicato da Giorgio Galli
Giorgio Galli è nato a Pescara nel 1980 e si è laureato a Siena. Vive a Roma dove ha gestito una libreria indipendente. Ha pubblicato "La parte muta del canto" (Joker, 2016), "Le morti felici" (Il Canneto, 2018) e "Un quoziente di gioia" (Fve, 2023). Vedi tutti gli articoli di Giorgio Galli