Spesso, nei film biografici, accade che il biografato non c’è: c’è un attore, più o meno rassomigliante e credibile, che lo interpreta, vediamo episodi della sua biografia, ma la dimensione umana del personaggio, il suo carattere, la sua aura, non vengono fuori: esigenze di brevità, forse; o forse il fatto che, quando di qualcuno abbiamo le foto e i video, fatichiamo a dimenticare lo scarto tra la realtà e la sua rappresentazione. In ogni caso, ho visto un film su Leonard Bernstein dove Leonard Bernstein non c’è –malgrado l’attore, Bradley Cooper, lo imiti al millesimo- un film su Hannah Arendt dove mancava Hannah Arendt, e via così. Per contro, esiste un film su Arturo Toscanini dove Arturo Toscanini sta semplicemente seduto su una poltrona e parla: lì Toscanini c’è, sentiamo il suo calore, la sua malinconia, il carattere intransigente e focoso ma anche profondamente infelice che le lettere pubblicate da Harvey Sachs ci hanno fatto conoscere, e negli inserti del Toscanini vero non avvertiamo differenza. Bravura attoriale, certo; ma anche, forse, l’intelligenza di non voler raccontare tutto, di raccontare anzi il minimo, conservando però la magia.
Fuori di Mario Martone ha almeno un pregio: Valeria Golino –che in gioventù ha conosciuto Goliarda Sapienza- è una Goliarda Sapienza perfetta, ha gli stessi sguardi, le stesse movenze, emana veramente la stessa aura, e la sceneggiatura tratteggia il personaggio in modo credibile, sì che il lettore delle lettere e dei taccuini lo ritrovi. Purtroppo, è l’unico pregio del film. Perché la stessa sceneggiatura, sconclusionata com’è, non dà sviluppo al personaggio di Goliarda e non dà sviluppo ai personaggi –potenzialmente straordinari- delle detenute: un gran peccato, perché Matilda De Angelis è magnifica nella parte di Roberta, ma Roberta c’è e non c’è. Non dà sviluppo nemmeno a una vicenda che dovrebbe essere l’antefatto della scrittura de L’università di Rebibbia ma ne è, piuttosto, la parodia. Quello che vien fuori è un guazzabuglio sull’amicizia femminile al limite della telenovela, con una regia televisiva in cui stentiamo a ritrovare Mario Martone, con un andirivieni di continui flashback a flash-forward tra prima, dopo e dentro il carcere che non trova giustificazione in un film che la complessità non la sfiora minimamente. E con lacune importanti. Ad esempio, si fa cenno ai genitori della scrittrice senza dir nulla di chi fossero: senza la loro militanza socialista e antifascista, senza l’anticonformismo inculcato nella futura scrittrice, come fa lo spettatore non edotto a percepirne il fascino e l’importanza? Oppure: per metà film sembra che Goliarda sia zitella, poi improvvisamente, e per cinque minuti, spunta fuori il marito Angelo Pellegrino. Oppure, cosa ancora più grave, si accenna vagamente alle traversie editoriali de L’arte della gioia e del lavoro di Goliarda in genere, ma la didascalia finale sulla sua fortuna postuma appare del tutto avulsa dal corpo del film. Un’occasione mancata di far conoscere Goliarda Sapienza a chi ancora non la conosce, ma soprattutto –soprattutto- lo spreco del talento prodigioso di Valeria Golino in una pellicola priva della poesia e della magia con cui Martone aveva saputo tratteggiare Renato Caccioppoli, Giacomo Leopardi o Antonio Ligabue. E non perché Martone abbia remore nei confronti del personaggio femminile –il film anzi vuole essere un inno al femminile e, basandosi sulle fonti, cioè su Goliarda Sapienza, attraverso un punto di vista femminile- ma proprio perché mancano le basi: una sceneggiatura coerente, una regia degna di nota. Un gran peccato.