“Perdutamente”: la forza di vivere

Recentemente, in un’intervista, Fosca Navarra ha descritto Perdutamente come un libro sull’adolescenza: io credo che ciò sia riduttivo: Perdutamente è un libro sull’intensità, sul vivere al limite, sul crinale pericoloso tra la fedeltà all’immaginario che ci ha formati e lo schianto inevitabile col reale. “Voglio una vita all’altezza della mia immaginazione” ha scritto Ilaria Palomba in Disturbi di luminosità; Fosca Navarra potrebbe dire che vuole una realtà all’altezza dell’incendio che la abita. Un incendio ch’è causa di profonde amarezze, se scrive “io sono una casa in cui nessuno / è mai felice; gli organi vitali / vogliono sfasciare la baracca”; ma c’è una strana legge per cui gli amori più memorabili sono quelli che finiscono male e le cose più belle sono quelle che durano poco. Chi vive intensamente si trova prima o poi ad attraversare il deserto. L’io poetico di Perdutamente non fa eccezione: è impavido ,e infatti scrive che “l’essere lava / significa forse / coraggio”; ma è anche desolato, e la sua identità la rintraccia nella “lacuna immobile / tra il crollo e il desiderio”.

Uno dei fili conduttori del libro –che è l’esordio dell’autrice in poesia ed è stato pubblicato da Ensemble l’anno scorso- conduce all’assenza e all’abbandono: “e lì, dove si arrende l’occhio, / si arrendono le vele. / La tua se n’è andata di notte: / in punta di piedi fuggivi, / fuggivi guardando nel mare soltanto / e io riposavo fra braccia di sabbia / credendole tue. / Ma all’alba mi sveglia il silenzio / e il solco sgombro / del ripudiato amplesso”. Un altro conduce a una violenta svalutazione di sé: “Ho visto il gelo con il ventre, / lì per i sentieri uguali / e per le cime aguzze, bianche / di quel bianco ignaro al cielo. / Lì sono cresciuta, svelta, / con le rose in fil di ferro / tra i capelli bruni / e i gomiti più aguzzi delle cime. / Ho camminato ancora, / col mio gioco / nelle pieghe della gonna mai dismessa / e quando il corpo è stato donna / l’ho venduto a chi passava. / Allora questi piacque, / perché costava poco”. Un altro fil rouge porta a un senso di disperazione cosmica, al sentimento d’essere gettati in un’esistenza incomprensibile: “Sarà che l’amaro destino / non è il mio morire, / ma l’essere questa, / nient’altro che questa, / un sasso tra gli astri”. C’è anche un senso d’impotenza della parola -strano a dirsi per un’autrice che, così giovane, mostra una padronanza espressiva così sorprendente- e che consta nell’intuizione, giustissima per il mondo contemporaneo, d’essere sopraffatti da parole vuote, da un eccesso di parole che non vogliono dire niente, ed anche, e del dubbio che dall’altra parte di tutto questo gran comunicare non vi sia nessun destinatario: “ molti hanno da dire / ma l’inchiostro è già finito / e noi dettiamo e basta / chissà cosa a chissà chi”.

Dell’adolescenza, Perdutamente conserva alcuni riferimenti culturali: innanzitutto quelli al mondo greco del liceo: Arianna, Creusa, Ecuba sono alcuni dei nomi che troviamo, e non è difficile scorgere qua e là versi che riecheggiano atmosfere, temi e sonorità dei lirici greci. Ma, proprio perché è riduttivo ricondurre all’adolescenza il ricco mondo espressivo dell’autrice, ci sono componimenti esatti come diagnosi, ad esempio questo, che mostra senza infingimenti la natura darwiniana dell’amore, sorta di selezione della specie per cui due creature si autoeleggono “migliori” escludendo le altre: a Fosca Navarra interessa il punto di vista dei perdenti, di quelli che, nel processo darwiniano, restano espulsi dalla vita:

Vedo negli amanti il mio fallire
e nell’amarsi la mia arsura
il mio delitto di sonnambula
le sbarre in pieno giorno.
Fuori, libertà di sete
libertà di crollo e di caduta
lusso di ringhiere;
fuori, negli amanti
il compimento universale
di ogni limite. Non c’è
né in me né in ogni solitudine
volere di confino per il mondo.
Vedo negli amanti esaltazione
e sfregio dell’abbandono;
vedo la mia invidia e il mio fallire
contro quel passivo e riflessivo
osanna dell’amore.
Vedo negli amanti la più eccelsa
forma idolatrata di egoismo.

Ma non c’è solo il canto dell’essere esclusi dall’amore, c’è anche il canto d’amore e Perdutamente trova per esso accenti intensi, mai disgiunti dalla consapevolezza che l’amore è fugace e si consuma e può consumare:

Ti amo in cima al vuoto
dei più rarefatti cosmi,
dove gli astri ormai marciti
sono a immagine del buio,
dove il vento è scivolato
da un torrente fino a un lago
senza vento,
dove noi non siamo,
nella spirituale civiltà
di un’immortale apnea
dei sensi,
altro che sordi strappi
alla materia.

 

Stringimi senza ghermire
il mio canto straziato,
diletto fugace e scordato
che i barbari osannano all’uscio
tra sbarre intrecciate di fiori
finché ho da cantare.
Stringimi ancora,
persino al silenzio e alle aurore
quand’io non ho voce né voglia
di avere una voce […]

 

[…] Ti rispondo così
con le spalle sull’ombra
lasciata dai panni bagnati,
mi arrendo ai tuoi turbini, un paio
un po’ sotto la fronte
a quel tipo di pace convulsa
che non si ricorda davvero
ma è l’unica a farsi toccare.
Ti tengo le mani, la pelle
la imparo tornandoci ancora
mi invento un cammino da compiere
quando si è stanchi
fin dove una baita di bocca
saprà ristorarmi. […]

 

Non c’è proprio nulla da dirsi
neppure più con la materia, più nulla
perché la tua vita mi esista.
La sola tua traccia, lo scialbo segnale
che dice che tu sei passato
è quest’ombra scompiglio che ho in viso.

Non è difficile notare in questi versi ritmi e sonorità che discendono dal Novecento italiano. Non siamo alla presenza di un libro sull’adolescenza e tantomeno di un libro adolescenziale dunque, ma di un’opera d’esordio che ha la natura autobiografica e l’identificazione tragica con la vita tipica delle opere dei giovani, e che però parla a tutte le età in cui la vita è ancora viva, in cui qualcosa resta sotto le ceneri e sotto l’enorme fatica, l’enorme dispendio di forze che costa il rimanere vivi, e lo fa con musica, con coscienza, con eleganza.

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