Ne La doppia vita di Veronica di Krzysztof Kieślowski, Weronika muore improvvisamente durante un concerto, a Cracovia. Gli spettatori del film però non assistono alla sua morte: la vedono cantare con sempre più fatica, e poi, sul controcampo del pubblico in sala, la cinepresa trema, si sente un tonfo e gli spettatori, dapprima sbigottiti e immobili, s’alzano e corrono verso il palcoscenico, dove s’intravede un corpo disteso a terra. Subito la cinepresa plana sopra la folla in direzione dell’uscita della sala: quasi fosse l’anima di Weronika che se ne va. L’inquadratura successiva mostra la sepoltura di Weronika, ma la cinepresa è collocata dentro la fossa e il quadro viene progressivamente oscurato dalle manciate di terra buttate dai partecipanti alle esequie. Come fosse una soggettiva di Weronika, che quindi non è morta del tutto. Un breve stacco, e Véronique, identica a Weronika, fa l’amore con un ragazzo nella sua stanza a Clermont-Ferrand. Véronique accende di nascosto una lampada, come per un’improvvisa paura del buio e, finito l’amplesso, chiede al ragazzo di lasciarla sola perché “ha sentito un vuoto improvviso nella sua vita”: pur non conoscendo Weronika, ha percepito la sua scomparsa e sa che adesso dovrà andare avanti da sola.
Il rapporto tra Katherine Mansfield e Cristina Campo ricorda quello tra Weronika e Véronique. Katherine muore a poco più di trent’anni, nel 1923. In quello stesso anno nasce Cristina. Quando Cristina scrive di Katherine, in Sotto falso nome, sentiamo qualcosa di più dell’ammirazione di un’artista verso un’altra artista: c’è un fremito indefinibile, la sensazione d’aver trovato una sorella d’anima.
In effetti, somiglianze tra le due non mancarono: entrambe scrissero sotto pseudonimo, inventarono vari pseudonimi per sé e ribattezzarono gli amici con nomi inventati e nomignoli. Entrambe, purtroppo, ebbero vita breve. Pubblicarono poco: per noncuranza del mondo forse, o più probabilmente perché di rado i risultati raggiunti superavano il vaglio della loro ansia di perfezione, del loro bisogno di purezza, della loro intransigenza e autoinsufficienza. Entrambe chiusero le loro vite con scelte radicali, che le fecero passare per matte agli occhi dei loro stessi compagni, Kathrine entrando nella comunità di Gurdjeff, Cristina sposando la spaventosa disciplina della liturgia. Entrambe vissero gli ultimi anni lontano dalla letteratura, alla ricerca di una purezza, ma anche di una totalità, di cui la letteratura era una parte e non il tutto.
Il diario di Katherine Mansfield, nella nuova edizione Donzelli a cura di Sara De Simone, è tutto un foliage di pagine di una freschezza rara, che restituiscono uno spirito fiero e indomito, una donna e un’intellettuale che fin da adolescente combinava una mente esperta a uno sguardo di un’irrefragabile innocenza. A meno di vent’anni era avanti in tutto, anche rispetto alla morale sessuale dei suoi tempi. Le fotografie -poche- tramandano l’immagine di una donna del suo tempo, e poco a uno sguardo contemporaneo anestetizzato dalla sovraesposizione alle immagini fa trapelare differenze rispetto ad altre foto di donne di quel tempo. Il nome anglosassone, l’epoca e i ritratti fotografici inducono a figurarsi una scrittrice compassata. Nulla di più lontano dalla realtà.
Chi, come me, è abituato a leggere diari in cui s’inciampa regolarmente in edifici filosofici, discorsi critico-letterari o dissertazioni di tipo sociale e psicologico, rimane sulle prime stordito dalla vitalità senza pretese di queste pagine, che a un lettore distratto potrebbero sembrare non “d’autore”; ma poi assapora tutto, mette a tacere l’intellettuale e si abbandona volentieri a Katherine. E nella scelta che la De Simone fa da un materiale sterminato –l’autrice scrisse diari dall’adolescenza fin quasi agli ultimi giorni- anche le note sulle ricette, le note spese e quelle sugli appuntamenti acquistano una fragranza speciale, perché senza di esse non si respirerebbe la pienezza della persona di Katherine, fatta sia di sublime che di quotidiano; non si toccherebbe con mano la prodigiosa concretezza propria delle opere di poesia. Zanzotto diceva che la poesia è un fatto che accade, mai un discorso su un fatto che accade. Quale più luminosa dimostrazione di questo diario! Katherine la poesia non si limitava a farla: la incarnava. Non solo faceva poesia, ma era essa stessa una poesia.
Tra un’annata e l’altra sono inserite prose di raccordo della curatrice che, oltre a fornire dati di contesto e a schiarire ciò che il dettato del diario può lasciare oscuro, trasmettono un entusiasmo, una gioia di intrecciare la propria scrittura a quella di Katherine che risultano commoventi a chi legge. L’ultima prosa della curatrice, raccontando il fatale 1923, ribalta la narrazione tradizionale, adottata anche da Citati, secondo cui Katherine sarebbe stata plagiata e quasi portata alla morte da Gurdjeff. Katherine, spiega De Simone, trovò nella comunità del filosofo armeno il luogo adatto in cui passare quelli che sapeva sarebbero stati i suoi ultimi mesi: nell’ascesi, nello spogliarsi di sé, nel reciproco mostrarsi nudi, nell’adottare fino in fondo uno stile di vita campestre trovò il modo di presentarsi alla morte viva, di realizzare quel compimento di sé che non poteva prescindere dal superamento di sé, e per il quale la letteratura non le bastava più. Nessuno, d’altronde, che sia passato attraverso queste pagine, potrebbe prendere sul serio l’idea di una Katherine che si lascia plagiare, consegnandosi alla morte disperata. Il dolore fece sicuramente parte del suo vocabolario interiore, ma non fu “il dolore che ti schiaccia”: fu strumento di approfondimento, e cosa c’era per Katherine da approfondire? La vita, e “la vita della vita”.
