Me lo ricordo bene, il 31 ottobre di trent’anni fa. La notizia della morte di Fellini arrivò a scuola -facevo la terza media e tutti sapevano che avevo un’ammirazione sconfinata per Fellini. Era una morte attesa da giorni in realtà, si sapeva che era in coma e che non ne sarebbe uscito. Durante l’estate il suo ictus e la faticosa riabilitazione erano stati quella che oggi si chiamerebbe una running news: ogni giorno, al mare, leggevo gli aggiornamenti di “Repubblica” sulla sua salute. Rimasi un felliniano per qualche anno, poi crescendo maturai quasi un’avversione per lui, così leggero, così disimpegnato, così poco adulto mentre io ero impegnato a crescere. Oggi non so cosa resta dei suoi film: il cinema è un’arte che invecchia più delle altre perché è più legata ai codici comunicativi del suo tempo -lo stile di recitazione degli attori ecc. Intere produzioni di registi -ad esempio quella di Nanni Moretti- consistono di meravigliose opere d’arte a scadenza: meravigliose, ma destinate a non significare più nulla quindici o vent’anni dopo l’uscita.
A chi vive la disoccupazione e il precariato, a chi abita il mondo della guerra in Ucraina e in Israele, cosa può dire la levità di Fellini, basata proprio sull’assunto che la guerra era alle spalle e non sarebbe tornata più, che si correva incontro a un mondo più sorridente e visibile attraverso gli occhi della poesia? La scelta di conservare da adulti lo sguardo meravigliato di un bambino come si concilia con il fatto che i bambini oggi nascono già tarati sulla realtà così com’è? Ho rivisto recentemente alcuni suoi film, e mi hanno impressionato due cose: che resistono nel loro splendore formale, ma suscitano più ricordi che passioni, l’adesione si è fatta più malinconica e tiepida; e che Fellini è stato un grande antropologo, che ha raccontato la “mutazione” di pasoliniana memoria proprio come avrebbe fatto Pasolini: attraverso il mutamento dei corpi, delle gestualità, degli abbigliamenti, delle voci, dei colori.
Essere diventati noi impoetici è un demerito nostro, non di Fellini; ma forse un torto lo ha avuto pure lui, quello di non cercare nulla e di rappresentare semplicemente ciò che trovava, sapendo che la sua visione sarebbe bastata a fare la magia. Fellini è rimasto in fondo un adolescente, e gli adolescenti hanno uno sguardo incantato ma un sentire greve: e una certa grevità del materiale di base dà fastidio in lui: il suo universo è spesso scurrile, come se la sua arte consistesse nel dare forma meravigliosa a un’umanità tutto sommato meschina. E adesso che siamo saturi di scurrilità e di meschinità, forse abbiamo bisogno d’altro.
