Io non so dire quando ha preso corpo l’abitudine di eseguire Mahler così funebremente, con tempi larghissimi, suono pesante, incedere lamentoso: nel pre-Bernstein non era così, e in particolare non sono così le incisioni lasciate dagli interpreti che hanno conosciuto Mahler o lavorato con lui: Walter, Klemperer, Mengelberg, Oskar Fried. Costoro tendono a restituirci un Mahler eseguito alla maniera ottocentesca, più austero ma anche più lepido e con tempi più veloci: un Mahler più appassionato e più ambiguo, meno unilaterale: in una parola, più ricco. E i rulli di pianola lasciati dallo stesso Mahler mettono il sigillo autoriale su questa linea interpretativa. Non so cos’è successo poi. Se ascoltiamo Nicht wiedersehen eseguito da Desi Halban con Bruno Walter al pianoforte e lo confrontiamo con la versione orchestrale cantata da Bernd Weikl sotto la bacchetta di Sinopoli, la differenza è palmare. Una trentina d’anni, in tempo cronologicico, separano le due registrazioni; in tempo stilistico ne son passati mille.
Manfred Honeck ieri sera si è cimentato, con l’orchestra del Santa Cecilia, in sette Lieder dal Des Knaben Wunderhorn, e ha reso subito chiaro da che lato batte il suo cuore: quello del Mahler “pesante”, un Mahler preso più funebremente che mai. E questo sarebbe il minimo, se l’esecuzione fosse stata pulita. Purtroppo, non lo è stata. Innanzitutto, la voce del baritono –il cui nome taccio per carità di patria- non arrivava: non si sentiva proprio, e l’orchestra suonava col terrore di coprirlo –anche se poi lo copriva lo stesso. Vale per i cantanti lo stesso che vale per gli attori: cinquant’anni fa si cantava col diaframma, oggi con la minchia. Non si spiega altrimenti la slavina di microsuoni udita ieri sera: o era una supercazzola musicale, o il baritono non aveva voce. Ma il problema non era solo la voce: per quel che si riusciva a capire, lui e l’orchestra seguivano tempi diversi. E poi legava tutto: perfino Revelge lo ha eseguito tutto legato. Se uno ha in mente la versione terrificante di Fischer-Dieskau con Szell, dove par quasi di sentire la voce di Hitler, salvo poi udirla sciogliersi in una tenerezza veramente mahleriana, qui eravamo all’esatto opposto. Rheinlegendchen e Das Antonious von Padua Fischpredigt non avevano un minimo d’ironia, in Das irdische Leben si è sentita solo l’orchestra, Der Tambourg’sell sembrava una composizione di Webern per di più per soli strumenti a fiato. Urlicht è stato eseguito a un tempo circa tre volte più lento di quello di Klemperer (di Klemperer, capite?) Ma quello che non mi è andato proprio giù è stata l’esecuzione sciatta di Wo di schoenen Trompete blasen: con un pizzico di buona volontà e un po’ di sensibilità in più, sarebbe stato alla portata anche del baritono afono. Invece ho passato il tempo sperando che il fantasma di Christa Ludwig prendesse il posto dell’evanescente baritono –che continuiamo a non nominare- per allietarci finalmente con la sua sublime interpretazione di questo Lied.
La seconda parte del concerto prevedeva l’Eroica di Beethoven. Qui Honeck, libero dalle pastoie del baritono senza nome –e senza voce- ha potuto dare qualcosa in più: tempi spiritati –tranne, non so perché, nello Scherzo-, suono cameristico, il suo Beethoven ricordava quello di Abbado 2001 o di Zinman con la Tonhalle, con il di più di una flessibilità agogica che non guastava e che potremmo addirittura far risalire al più sorprendente precursore delle interpretazioni moderne di Beethoven: Richard Strauss nelle due incisioni di Quinta e Settima realizzate, se ben ricordo, nel 1928 con la Staatskapelle di Berlino. Sì, gli archi di Honeck non erano proprio intonatissimi e avevano un suono vitreo, gli ottoni nei crescendo reclamavano per sé tutta l’attenzione della sala, il timpanista non faceva mistero delle sue ambizioni solistiche, ma perlomeno si capiva che stavano eseguendo Beethoven e s’intuiva un’idea di interpretazione che avrebbe avuto bisogno di un po’ più di vitalità per essere realizzata, ma che perlomeno c’era. Non so se il rimbambimento dovuto a due vaccini –Covid e influenza- fatti ieri mattina ha potuto ottundere il mio giudizio, ma è la prima volta che durante un concerto non vedo l’ora che finisca.
(Nelle foto: la sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica di Roma)
