L’uguaglianza impossibile: “Film bianco” di Kieślowski

Riesce, a quasi trent’anni di distanza, Film bianco, il secondo capitolo della trilogia di Kieślowski dedicata ai colori della bandiera francese. Che viviamo in un’epoca sbagliata lo possiamo constatare dal fatto che questo splendido film è stato in programmazione per tre giorni e una porcheria come Oppenheimer è al cinema da tre mesi; io sono riuscito a vederlo grazie alla tenacia del “Cinema Nuovo Aquila”, una realtà nata dalla confisca di beni alla malavita, e al consiglio di un’amica che me lo ha segnalato. Rivisto dopo ventinove anni non ha perso nulla e anzi ha guadagnato: la sua bellezza è diversa da quella del precedente Film blu e del successivo Film rosso: è una bellezza spietata, mentre quella degli altri due è carica di pietà umana. Ma forse un’opera d’arte ha sempre un contenuto di pietà: la forma è un atto di umanità che perdura. Gli altri durano il tempo di un gesto, al massimo di una vita. La forma, concretizzata in un’opera, si tramanda di generazione in generazione e di luogo in luogo, è l’unico vero collante fra gli esseri umani, l’unica portatrice di pace. Ogni atto di bellezza è atto non solo estetico -anzi è solo in seconda battuta estetico- ma in primo luogo morale e civile. E questo al di là delle intenzioni dell’autore. Così, possiamo forse conciliare la nostra dedizione alla bellezza col dovere di vivere il nostro tempo –che, nel caso di un tempo come questo, di guerre, nazionalismi, fondamentalismi musulmani e non e imbestialimento consumistico, significa opporglisi frontalmente.

Anche se corre verso un amarissimo happy end, Film bianco è caustico e disperato. Forse Kieślowski poteva spingere di più sui toni della commedia nera, o forse no, perché non era nella sua natura esagerare -era Kieślowski, non Kusturica. Sta di fatto che in questo film c’è qualcosa di troppo morbido, che non permette alla forza corrosiva della sceneggiatura di dispiegarsi fino in fondo -forse anche a causa della musica di Preisner che, pur ideando un bellissimo tango, cade per il resto nello stile neoromantico che gli è congeniale, e che forse toglie un po’ d’incisività alla pellicola.

In Limonov, Carrère racconta di un vecchio scrittore rumeno che, dopo la caduta del Muro, allo spettacolo del fervore consumistico che s’impossessa dei suoi concittadini, esclama atterrito: “Dov’è finita la mia gente?” Kieślowski, qui, sembra domandarsi: “Dov’è finita la mia gente?” Se l’uguaglianza -che è il significato del colore bianco nella bandiera francese- in Francia è di là da venire, nei Paesi dell’Est come la Polonia, reduci da una “società degli uguali” realizzata con la forza, si identifica col suo stesso fallimento. “Oggi tutto si può comprare” dice l’aiutante di Karol quando hanno bisogno di… un cadavere; e anche l’amore di Dominique è qualcosa che si può comprare, e che Karol avrà quando, da parrucchiere fallito e impotente, si è trasformato in un uomo d’affari che coi soldi può tutto, anche organizzare la propria morte. Dopo essersi incattivito, essersi vendicato, aver infranto leggi e princìpi, il protagonista avrà l’amore di sua moglie, che finalmente riconosce al nuovo Karol perfido lo status virile che al Karol buono non era stata disposta a riconoscere.

Bello il personaggio di Mikolaj. Forse solo l’amicizia si salva, nell’universo corrotto di Film bianco. Di sicuro il disincanto del film calza a pennello al disincanto dei nostri tempi, ma Kieślowski, pur non facendo sconti, non è cattivo con nessuno, non è mai cinico: e forse è questo il testimone che lascia a chi gli è sopravvissuto, a chi può vedere oggi il mondo ancor più abbrutito, tanto che quello del 1994 appare, in confronto, di una soave urbanità. Chi sa cosa direbbe Kieślowski della sua Polonia oggi, lui che aveva fatto scrivere a Preisner un inno per l’Unione europea in Film blu, che era cattolico ma non del cattolicesimo bieco e antisemita in voga nella sua terra. Ma qualcosa possiamo dedurlo già da questo film: vedendo la Polonia oggi, forse il regista avrebbe detto, con anche maggiore amarezza: “Dov’è finita la mia gente?”

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