“Il Maestro e Margherita”, romanzo di romanzi

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Difficile scrivere qualcosa di un capolavoro del Novecento: l’unica risposta possibile a un’opera come Il Maestro e Margherita sembra essere un rispettoso silenzio. Eppure qualcosa va detto, proprio per onorare la sfida che la grande letteratura rappresenta.

Come tutte le opere di letteratura fantastica veramente riuscite, anche questa è costruita con logica di ferro -che è poi la ragione della sua forza poetica. Bulgakov riprende dal Faust di Goethe il nome Woland, ma si muove in tutt’altro registro: il suo Satana non somiglia al Maligno, piuttosto a un giullare, il personaggio cioè cui la tradizione affida il compito di smascherare con l’umorismo falsità, meschinità e ambizioni. Così, malgrado i suoi numerosi risvolti macabri, tutto il racconto dell’apparizione di Woland a Mosca ha un carattere giocoso e ilare, che mantiene il romanzo dal lato poetico delle cose anziché da quello drammatico, e un caratteristico dinamismo memore forse del dinamismo dei cubofuturisti. Di sicuro, i capitoli sul diavolo a Mosca mostrano uno scrittore al culmine delle sue capacità di invenzione sia fantastica che umoristica.

Il vertice poetico dell’opera è però, forse, il cosiddetto “romanzo di Pilato”. Fin dal suo primo capitolo, Bulgakov mette in chiaro che non desidera minimamente di “mettersi in competizione” coi Vangeli. Il primo strumento che mette in campo per creare uno straniamento è quello linguistico: il suo Gesù si chiama Yeshuha Ha-Nosri, che è l’aramaico per “Gesù il Nazareno”; ma, dato che nessuno al giorno d’oggi lo chiama così, Yeshua Ha-Nosri è semplicemente un altro personaggio rispetto a quello evangelico. Coerentemente, Giuda è “Giuda di Karioth”, che è uno dei significati possibili di “Giuda Iscariota”. Bulgakov segue con coerenza la strategia di creare un divario rispetto al testo evangelico semplicemente con l’adozione dei nomi “laici” dei personaggi. Anche la predicazione di Gesù si fa laica, razionale: le idee che espone sono quasi illuministe, Yeshuha è più Rousseau che Cristo. Soprattutto, non si proclama Figlio di Dio, nemmeno nel modo “indiretto” in cui lo fa nel Vangelo di Matteo (“Tu lo dici”). Il Gesù laico di Bulgakov ha una forza poetica propria, è Gesù quale poteva apparire a un pagano, un Gesù umano e liberato da sottotesti divini. E anche Pilato è presentato in una luce più riccamente umana: il suo tormento non è dovuto all’oscura sensazione di stare infrangendo una qualche Giustizia più grande di lui, ma ad una spaventosa emicrania -una delle invenzioni poetiche più belle del romanzo. Nel secondo capitolo dedicato alla vicenda biblica, Bulgakov si distanzia ancora dai Vangeli. La Passione e la morte di Yeshuha sono in secondo piano: in primo piano c’è uno degli evangelisti messo di fronte al suo problema umano: Matteo vuole salvare Gesù dal calvario e tenta di ucciderlo prima che lo mettano in croce. Arriva a maledire Dio per non aver salvato “un uomo buono come Yeshuha” -attenzione: non suo Figlio, ma “un uomo buono- dal supplizio. Qui la strategia “nominale” di Bulgakov si fa particolarmente raffinata: poiché Matteo è chiamato con due nomi nei Vangeli, “Levi” e “Matteo”, lo scrittore scegli di unirli e crea Levi Matteo. Il capitolo dedicato a lui è uno dei più poetici dell’opera, e il temporale finale, al contrario di quanto farebbe un temporale “divino”, non lava la terra, ma la sporca e sembra sporcare del pari anche il cielo.

Nei capitoli del Libro II del romanzo, assistiamo a una progressiva smaterializzazione delle forze narrative messe in campo. Il fantastico diventa ancora più fantastico, in particolare nel carattere straordinariamente liberatorio dei capitoli dedicati a Margherita, al suo volo, alla sua nuova vita da strega, alla sua vendetta sul critico letterario, al ricevimento annuale di Satana nella smisurata “quinta dimensione” di un appartamento moscovita. Quanto al romanzo di Pilato, si distanzia ancora di più dal racconto biblico: Pilato uccide Giuda, non c’è menzione della resurrezione di Yeshuha –il suo personaggio scompare dall’opera con la morte, e solo l’indugio in numerosi particolari sulla sepoltura lascia aperto uno spiraglio –ma ironico- all’eventualità che il racconto evangelico si compia. Che Yeshuha sia sopravvissuto alla morte lo deduciamo da due particolari: il fatto che, nel romanzo di Bulgakov, nessuno muore veramente, e l’ambasciata di Levi Matteo a Woland in uno dei capitoli estremi.

Mano a mano che c’inoltriamo verso la conclusione del romanzo, vediamo luoghi e personaggi mutarsi in altro –in qualcosa di non più terreno: Woland e i suoi aiutanti, il Maestro, Margherita, perfino Pilato e il suo cane assumono nuove sembianze, le sembianze oltreumane delle creature che hanno superato la soglia della morte. Il mondo attorno a loro perde qualsiasi carattere di riconoscibilità, una fitta nebbia ne scontorna i tratti, i colori si fanno lividi e indefiniti, la riconciliazione di Pilato col ricordo di Yeshuha e il dono della pace concesso al Maestro e a Margherita proiettano gli ultimi capitoli verso una dimensione nuova e ulteriore, del tutto immateriale. Gli unici riferimenti terreni sono i momenti in cui la morte visita il Maestro e Margherita, lei nella sua abitazione, lui nella clinica psichiatrica dove Ivan apprende del suo trapasso. Qui la campana di Bulgakov accenna un rintocco tragico che, con grande eleganza, viene però subito superato dal rinnovarsi dell’invenzione fantastica: il Maestro e Margherita sono liberi e in pace nell’orizzonte del romanzo, ma i loro corpi sono inchiodati alle posizioni che occupavano nella vita reale: è una stonatura nella coerenza del racconto, che apre la possibilità che tutto quanto è narrato sia stato solo un sogno. Il dubbio, però, è immediatamente superato dal rinnovarsi dell’invenzione ultraterrena.

Parrebbe che il romanzo si stia chiudendo così, su queste note di cupa ma iridescente dissoluzione; ma Bulgakov ci sorprende un’altra volta, con un Epilogo il cui carattere di ironico agio conversativo ricorda la conclusione del Circolo Pickwick. In questo Epilogo si ritorna a Mosca, si danno le notizie finali su tutti i personaggi della storia –quelli “terreni”, ovviamente- e si annuncia che i corpi del Maestro e di Margherita sono spariti, a segnalare che o il sogno è ripreso o che l’assunzione nel mondo ultraterreno delle ombre è un fatto compiuto. Bulgakov chiude così, col sorriso, la sua vicenda letteraria e la sua vicenda nel mondo. Come sappiamo, non arrivò a vedere pubblicato Il Maestro e Margherita, un’opera il cui destino si compi negli stessi anni del Dottor Živago di Pasternak, altro lavoro cui toccarono in sorte la pubblicazione all’estero e –di conseguenza- l’involontario assorgere a simboli della resistenza della letteratura all’oppressione della dittatura sovietica.

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