La voce di Goliarda

Il 30 agosto 1996 sulla mia città, Pescara, c’era stato un temporale estivo; io avevo passato il pomeriggio guardando C’era una volta in America ed ero uscito la sera con addosso ancora l’atmosfera del film -in una città dove il grigio del cemento si mescolava al giallo delle luci notturne, al rossastro del cielo dopo il temporale, alle tinte taglienti dei fanali. Avevo sedici anni e tutta una vita davanti. Quel giorno, a mia insaputa, era morta una scrittrice di cui nessuno parlava e di cui oggi, finalmente, si parla. Goliarda Sapienza cessava di esistere ed entrava nel nulla ventisette anni fa.

Forse ciò che mi sta più a cuore di un artista sono le sue idee, il modo in cui si rapporta al mondo e alla sua arte, il suo problema morale, estetico, esistenziale: ecco perché, fra le mie letture preferite, ci sono diversi diari ed epistolari, che spesso invecchiano più lentamente dell’opera. Uno dei diari più belli che abbia letto è proprio quello di Goliarda Sapienza, pubblicato da Einaudi col titolo, per me fuorviante, di Scrittura dell’anima nuda e che riunisce per la prima volta i due volumi precedenti –Il vizio di parlare a me stessa e La mia parte di gioia. Come tutte le opere di Goliarda, anche questa è curata dal vedovo, Angelo Pellegrino, alla cui dedizione dobbiamo sia la conoscenza della produzione letteraria -altrimenti destinata a restare inedita- sia quella della biografia della scrittrice –delineata in alcune pubblicazioni e anche nei paratesti di questo volume. 

Goliarda scrisse i suoi diari su una quarantina di taccuini e agende.  Non so quanto questa edizione sia completa e fedele, dato che Pellegrino, curatore e marito dell’autrice, stranamente non compare quasi mai. Mi sembra anzi che nella Prefazione Secondo, mi sembra che nella prefazione egli travisi lo spirito di questi diari, affermando che la scrittura di Goliarda è sempre concreta e d’occasione e mai di riflessione, mentre a me pare che Goliarda esprima un punto di vista corposo sul presente, sui mutamenti storici, sulle differenze generazionali, sul rapporto della sua generazione col fascismo ecc. Il fatto che le sue riflessioni siano riferite insieme all’occasione che le ha generate è solo segno della genuinità di queste annotazioni (a differenza di quanto accade in diari visibilmente scritti per la pubblicazione postuma, ad esempio quelli di Montanelli). Prorompente è l’umanità di chi scrive, che non s’atteggia a persona colta -pur essendolo-, non cita, non eccede in anatomie, ma piuttosto sta nelle situazioni con una presenza profonda che è segno di profondo amore per la vita. E dico che il titolo è fuorviante perché, focalizzando sull’anima, non rende giustizia al carattere concreto, materico, impastato di vitalità, della scrittura di Goliarda.

Ci sono autori che sentiamo fraterni, che magari parlano poco di sé, ma di cui si percepisce il lato umano. Cortázar, per esempio: le sue lettere sono una lettura incredibilmente arricchente, le foto in cui “parla” col suo gatto sono divertenti e toccanti, le sue idee sulla letteratura sono affascinanti. O Cioran, uomo di grande integrità –anche negli errori- e sostanza umana –malgrado il suo atteggiarsi da cinico. Fra gli italiani, la scrittrice più simpatica è proprio Goliarda Sapienza, e sia i suoi diari che il suo epistolario sono fra le letture che più mi hanno mosso a gratitudine.

scrittura dell'anima nuda

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