Nelle memorie di Resa von Schirnhofer ho trovato tutto quello che mi aspettavo su Nietzsche, ma con un sovrappiù d’intensità. In passato mi ero imbattuto in qualche testimonianza nel libro di Jaspers, poi in altre letture fatte di sfuggita; mai avevo letto un resoconto così ampio di una persona che lo aveva conosciuto. Mi hanno colpito il Nietzsche che ride, il Nietzsche cordiale e quotidiano -ma sempre in qualche modo severo: non dismetteva mai i panni d’intellettuale-, la rivelazione teatrale e solenne dell’eterno ritorno, la spaventosa domanda sulla pazzia incombente. E mi ha colpito la testimonianza di un modo di comunicare che oggi non c’è più: quando lui recita a Resa un passo di Taine a memoria, e quando la rimprovera per non aver recitato con sufficiente mistero i canti di Zarathustra, sta osservando un costume antico che ai nostri giorni è scomparso. Nessuno oggi si sforzerebbe di recitare con impegno un passo di un libro davanti a un suo conoscente. Ci siamo liberati della zavorra di tante formalità, e al tempo stesso abbiamo perso in espressività, in mistero, in abitudine all’espressività e al mistero…
Non sono riuscito, leggendo Resa, a non chiedermi con quali voci, con quali cadenze lei e Nietzsche si parlassero: le registrazioni realizzate nell’Ottocento -cilindri di Edison e affini- rivelano un tono lirico ed eroico, un uso della parola parlata tutto rivolto all’esterno, come se si fosse sempre su un proscenio, un parlare lento e sicuro che tende a cancellare le tracce del pensiero retrostante -non si correggevano quelle voci, non dicevano “ehm”, assumevano sempre un tono elevato. Le persone nate nell’Ottocento che hanno incrociato la mia vita -come Pertini- portavano ancora nella voce qualche traccia di quest’attitudine antica. Chi sa come parlavano quelle voci quando erano nell’intimità -chi sa come, nell’immaginazione di Dostoevskij, risuonavano le interminabili conversazioni fra i suoi personaggi.
Credo che le persone, nell’Ottocento, avessero un senso molto elevato della necessità di rendere una vita significativa e importante. Forse perché avevano un rapporto più diretto con la morte -che noi invece abbiamo rimosso. Se uno sa precisamente di essere di passaggio e di non poter lasciare di sé altro che il ricordo, cura il ricordo che lascia, non si comporta come nella nostra epoca dove tutto è fatto per l’immediato e tutto è irrimediabilmente volgare. Gli adolescenti sprecano molto tempo perché credono di avere un tempo infinito. Noi forse siamo una società di adolescenti.
Grazie a Susanna Mati, che ha curato e tradotto queste memorie, rendendole finalmente accessibili al lettore italiano e le ha corredate di una esatta e commossa Postfazione.