Giorgio Ghiotti, “Ipotesi del vero”

Troppo poco allenato il piede
a solcare per intero la distanza
che spariglia le carte e ci trasforma
in pavidi spettri del nulla,
troppo elementare credere
al traslucido del cuore, al ritorno
anonimo in forma di sogno.
Mi toccherà d’indovinare la tua voce
sirena arborea, stellata figura
nel primo canto estivo degli uccelli,
di nido in nido strappare la promessa,
dettare con parole nuove la vita
perché non si richiuda su di noi
come un’ingannevole estranea
la corsa sviata del tempo.

La giovane poesia italiana si divide in due grandi gruppi: una produzione diaristica, tutto sommato poco interessante anche dal punto di vista umano, e un’altra dotata di forte consapevolezza letteraria, ma talmente artificiosa da diventare quasi metapoesia. Come dire che l’equilibrio che ci fa sentire di star leggendo “una poesia vera” si rompe sia per difetto che per eccesso di coscienza. Fra coloro che quell’equilibrio lo raggiungono –e con una levità che pare senza sforzo- c’è Giorgio Ghiotti. La sua voce si innesta con naturalezza sulle voci della tradizione. Ipotesi del vero (LiberAria Editrice, 2023) è costruita su un costante intreccio con queste voci -fra cui spicca quella di Biancamaria Frabotta. Molte poesie sono dedicate –sia esplicitamente che attraverso richiami testuali più impalpabili- ai maestri del giovane autore. Il suo rapporto con la tradizione sembra un rapporto antico: essa appare meditata e personalizzata.  Non c’è volontà di rottura o manierismo. Qualcuno ha scritto che i versi di Penna scendono dalla tradizione come le pecore scendono dai tratturi: si può dire lo stesso di questi. L’autore dà conto, nei ringraziamenti finali, di una lunga teoria di maestri: “Maria Clelia Cardona, Paola Febbraro, Biancamaria Frabotta, Gianfranco Palmery, Antonio Porta, Vito Riviello, Toti Scialoja, Gabriella Sica, Sara Zanghi e ovviamente il piccolo Pietro De Marco”, per concludere con un grazie “ai poeti di ieri, che sono il la al quale accordare i violini. Ai maestri di oggi che hanno tracciato cammini e aperto strade nuove. Ai poeti delle generazioni più giovani, sparsi in ogni dove, e a quelli di domani che stanno nascendo”. Perché il rapporto sereno con la tradizione ne induce uno altrettanto sereno –ma non aproblematico- con un presente così inospitale quale quello che è toccato vivere all’autore.

Le prime parole di Ipotesi sono: “Più luce”. Un attacco da cui traspare il bisogno di chiarezza -sia come intellegibilità del testo, che come bisogno di sottoporre l’esperienza al vaglio di una coscienza, morale e stilistica, che si vuole sempre più cristallina. Subito veniamo raggiunti anche dalla musica di Giorgio: una melodia morbida e melanconica, d’una malinconia mediterranea, pulita, senza svenevolezze. Da questa melodia svettano versi che folgorano la psiche del lettore: “sarà settembre fino a primavera”, “abbraccio, in lui, la nostra età di allora”, “vivo soltanto il tempo necessario / a compiere la missione del ricordo”.

Curiosamente, il libro si compone di due libri: l’eponimo Ipotesi del vero e una seconda raccolta intitolata L’andare e l’addio. Il rapporto tra queste due parti è spiegato da Carmelo Princiotta nella sua Postfazione: “Il primo è un libro dei ritorni, possibili e impossibili: quello del poeta a Roma e quello dei morti. Il secondo è un libro dedicato a un bambino: non è un libro per bambini, ma la testimonianza affidata a un bambino da un adulto. Praticare la poesia come ipotesi del vero significa per Ghiotti dire una cosa due volte: prima ai morti, e poi a un bambino. Fare in modo che le proprie parole inverino quelle dei morti e che un bambino non si senta un giorno tradito da ciò che gli è stato consegnato”. Ai ritorni possibili e impossibili, all’omaggio alle realtà -umane e non solo- che il trascorrere del tempo porta via sono dedicati versi delicati e lancinanti, in un tentativo di riappropriazione del passato scomparso attraverso il dire della poesia:

Bagna i fiori e aspettami
prima che passino i volti,
prima che sciolti gli indugi
scoloriscano i giorni –
i notturni incontri – i fumosi ideali che sei
stato un tempo – quando l’alito avevi
di santa rabbiosa gioventù…

penso a quando ci inizieranno
a fissare i nostri vent’anni
da una distanza ragguardevole
e non mi sento affatto sicuro;
a quel che ci manca o potrebbe,
lasciato indietro per restarci
fedeli, malassortiti, figli
mai avuti, divenuto forse
artista ognuno a suo modo
per supplire alla vita…

Così esiguo il tempo che ti lega
ai misteriosi dintorni del caso
da un lato, e di qua a noi.

“Non è facile” scrive Princiotta “rendere in poesia l’incongruità della vita. E il senso, sempre sfalsato, della sua contemporaneità. Ghiotti, per esempio, è solo lui, come poeta, e insieme è la contemporaneità dei poeti che ama. Il suo io è un condominio di poeti. Questo implica che la storia del suo io sia anche una storia della nostra poesia”. E ancora: “Mai come in questo poeta la tradizione è una forma di esistenza sovraindividuale”.

Da molto tempo  non leggevo una raccolta di poesie che va così a fondo, con una lingua così tersa e uno spirito così lieve, che arriva ovunque senza invischiarsi mai. Alle molte ombre che popolano il libro si aggiunge il ricordo di Gabriele Galloni, poeta talentuosissimo e dal destino tragico: “L’amico che da almeno un paio d’anni / vorrei sentir gridare il suo saluto”. Poeta del tempo e dei ritorni, Ghiotti è anche a suo modo un poeta dell’amore, sentito come calore vitale che investe e lega gli esseri, e che unisce presenze e assenze, esserci ancora e non esserci più:

 

Donami un sonno celeste
e un’isola per quando mi sveglio
voglio una strada che io riconosca
di bave di lumache e cuccioli
di balena e un cucciolo di delfino
che fenda l’aria col suo canto,
questa notte voglio solo risorgere
e tu, tu devi ridere con l’aquilone
a monetina fra le labbra.

Io sento che in qualche modo
mi precedi, che ci sarai ben oltre
di me. Più sublime illusione
non conosco che mescere vita
a altra vita, io sono la luna
che anche di giorno continua
il suo quarto nel sole, e tu,
mio sole, non mi lasci cadere.

cover-ghiotti

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